Petit paysan

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Tutto resta in famiglia

In molti ricorderanno le notizie riguardanti pericolose epidemie bovine diffusesi soprattutto nel nord Europa negli scorsi anni. Ecco, chi ha avuto modo di venire a conoscenza dei fatti, ha semplicemente evitato, per un breve periodo, di consumare e di acquistare la suddetta carne. Tutto qui? Tutto qui. Ma cos’è successo, invece, agli allevatori? In che modo un evento di tale portata ha cambiato le loro vite e ha influenzato il loro lavoro? Solo chi ha vissuto in prima persona un’esperienza del genere può dircelo. È questo, ad esempio, il caso del giovane Hubert Charuel, figlio di allevatori, che, tuttavia, ha intrapreso una strada totalmente diversa e ha deciso di diventare regista. La storia della sua famiglia, però, ha lasciato il segno, al punto da spingere il giovane cineasta francese a realizzare la sua opera prima trattando, appunto, lo spinoso tema delle epidemie bovine ed ispirandosi in particolar modo alla figura di sua madre; la quale – proprio a causa di tali inaspettati eventi – ha dovuto chiudere la propria attività. E così ha visto la luce Petit paysan, presentato all’interno della Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2017 e vincitore di ben tre Premi César.
La storia qui raccontata è quella di Pierre, giovane allevatore trentenne, il quale ama talmente tanto il proprio lavoro e i propri animali, al punto di lasciare fuori dalla sua vita ogni altro fattore considerato “di disturbo”, come gli amici o possibili relazioni amorose (particolarmente emblematica, a tal proposito, la scena iniziale, onirica, in cui vediamo il giovane svegliarsi nel letto di casa sua e ritrovarsi circondato da mucche). Nel momento in cui uno dei suoi vitelli si ammalerà, il ragazzo tenterà ogni strada possibile – anche infrangendo la legge – pur di salvare i propri animali e la fattoria della sua famiglia.
Vero e proprio caso in patria, Petit paysan, pur avendo al suo interno una forte componente autobiografica e pur trattandosi di un’opera prima, riesce a mantenere per tutta la durata quella lucidità e quel distacco necessari a far sì che un prodotto funzioni. Ciò non vuol dire, ovviamente, che il giovane regista non si sia cimentato in nuovi modi di messa in scena. Basti pensare, ad esempio, allo stesso momento iniziale, surreale e onirico quanto basta, con un protagonista perfettamente a proprio agio tra le numerose mucche che popolano casa sua. A tali momenti “sopra le righe”, tuttavia, ben si accostano scene con taglio quasi documentaristico (vedi, ad esempio, la nascita di un vitello) che, tuttavia, amalgamandosi bene con il resto del lungometraggio, rendono la narrazione fluida e lineare quanto basta. La macchina da presa, dal canto suo, quasi mai si discosta dal protagonista: tutto è incentrato su di lui, sul suo amore per gli animali e sul suo mondo, per un risultato finale quasi zavattiniano.
Tale “discontinuità”, se così vogliamo chiamarla, è presente anche nella scelta del cast, dove, di fianco ad attori non professionisti (vedi gli stessi genitori e il nonno del regista), vi sono anche volti ormai noti all’interno del panorama cinematografico francese. Primo fra tutti, l’attore Swann Arlaud, fino a poco tempo fa scelto quasi esclusivamente per ruoli di secondo piano, ma con un importante parte all’interno di Une vie, diretto da Stéphane Brizé e presentato in Concorso alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Chissà se, ora che ha vestito i panni del protagonista in questo importante lungometraggio di Charuel, avrà, finalmente la notorietà che merita? Le carte in regole, indubbiamente, ci sono tutte.

Marina Pavido

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