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Personale

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VOTO: 7,5

Lavoro di squadra

Dopo l’anteprima mondiale lo scorso novembre in terra olandese all’IDFA, per Personale ha preso il via un fortunato tour nel circuito festivaliero nostrano che ha visto il documentario d’esordio di Carmen Trocker protagonista di numerose tappe in prestigiose kermesse come il Bergamo Film Meeting, il Festival di Cinema Africano d’Asia e d’America Latina, il Trento Film Festival e il Bolzano Film Festival Bozen. Ed è stato proprio in occasione della proiezione nella sezione “RealeNonReale” di quest’ultima che abbiamo avuto la possibilità di vedere e apprezzare l’opera scritta e diretta dalla regista altoatesina della quale avevamo sentito parlare un gran bene. Voci di corridoio giunte alle nostre orecchie e che ora possiamo confermare e ribadire.
Partiamo dal titolo, con “personale” che non si riferisce a una sfera intima e privata ma a uno “staff”, quello del settore housekeeping del Cavallino Bianco, un hotel a quattro stelle per famiglie sulle Dolomiti italiane, in quel di Ortisei, in Alto Adige. Sotto la supervisione della governante Camelia Ungureanu, il responsabile del personale si assicura che l’equipe si impegni per adattarsi all’estetica desiderata dell’hotel, per garantire un certo standard e per far fronte alle richieste degli ospiti. I lavoratori sono in gran parte migranti che, dalle viscere della struttura ricettiva, tengono in moto l’intero ingranaggio e con esso il destino del turismo locale. Attraverso il loro lavoro – nella lavanderia, nelle stanze, nei corridoi – seguiamo i loro movimenti, i gesti, i percorsi e i processi, cogliendo come le loro personalità si intreccino e risuonino nelle strutture dell’hotel. Il ché fa del documentario in questione anche uno sguardo antropologico in cui si può assistere, oltre al “dietro le quinte” di ciò che accade in un albergo stellato, anche al modo di collaborare e comunicare attraverso diverse età e diverse culture di una comunità molto affiatata. Si tratta di una babele multietnica composta da donne e uomini stranieri che lavorano dietro questa macchina fatta di silenzi, di sguardi, di gesti forti, decisi.
La Trocker ha scelto di percorrere la complessa e tortuosa strada dell’osservazione e lo ha fatto in purezza, senza scendere a compromessi, con un rigore formale e un rispetto incondizionato nei confronti delle regole d’ingaggio dell’approccio documentaristico che ha voluto utilizzare per portare sullo schermo ciò che la realtà della topografia e delle persone che ha deciso di concedere all’occhio indiscreto della macchina da presa. La cinepresa si fa invisibile, il più delle volte immobile, per raccogliere tutto ciò che un attento e chirurgico montaggio avrà poi il compito di strutturare in un racconto fatto di immagini che sembrano quadri, parole e discorsi colti o rubati, oltre che di suoni che un lavoro di sound design molto curato ha trasformato in un’immersione totalizzante in dei luoghi poco raccontati e rappresentati dall’audiovisivo. Un tipo di lavoro che dal punto di vista esperenziale della fruizione ricorda quello de Il castello della coppia Massimo D’Anolfi e Martina Parenti o Il grande silenzio di Philip Gröning. Ma davanti alla capacità della Trocker e della sua cinepresa di penetrare e diventare parte dello spazio e filmarlo, restituendone la verità e con essa quella delle persone che quotidianamente lo percorrono la mente non può non andare, con le giuste distanze, a quello unico e inconfondibile di Frederick Wiseman, uno dei pochi in grado di radiografare e mettere a nudo qualsiasi tipologia di topografia.

Francesco Del Grosso

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