La difesa della libertà in Corea: quando si fondono cinema e cronaca
Già è raro che al Far East Film Festival un documentario venga presentato in concorso al Teatro Nuovo Giovanni da Udine e non al Visionario in qualche sezione collaterale. Più unico che raro, a questo punto, vederlo vincere una marea di premi, come è accaduto invece a The Seoul Guardians dei film-makers/giornalisti/produttori televisivi Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan!
Proviamo a riassumerli qui, i trofei, col rischio che ne esca fuori un “elenco omerico” di riconoscimenti e di premiati, visto l’elevato numero di ex aequo registrato quest’anno: innanzitutto il prestigioso Black Mulberry – Black Dragon Audience Award ottenuto a pari merito con Fujiko del giapponese Kimura Taichi, con una media voto di 4,18 su un massimo di 5; a seguire il Silver Mulberry – Audience Mulberry Awards, virtuale secondo posto del Premio del Pubblico, conquistato con una media voto di 4,26; e per chiudere in bellezza la Menzione Speciale del White Mulberry Award for First Time Director, laddove il premio per la migliore opera prima è andato a un altro coreano, Unidentified Murder di Kwok Ka-hei e Jack Lee.
Ma cos’è che ha stregato pubblico e giurie, facendo sì che nei confronti del documentario si generasse tanto entusiasmo? Innanzitutto un lavoro simile va ad inserirsi in una tradizione recente che vuole il cinema coreano particolarmente attento a temi politici e a pagine controverse, drammatiche, talora dolorosissime della storia nazionale. Non sono mancati altri esempi nel corso della 28esima edizione della kermesse friulana, vedi ad esempio My Name di Chung Ji-young, anch’esso tra i premiati.
Più che altro, però, The Seoul Guardians rappresenta un precario e almeno qui assai proficuo punto d’incontro tra il linguaggio cinematografico e quello della cronaca. Ruvido nella forma, intessuto di riprese convulse e tese a rincorrere freneticamente il susseguirsi degli eventi, tale documentario ha quale fulcro l’interminabile notte del 3 dicembre 2024, allorché alle 22:27 locali Yoon Suk-yeol presidente della Corea del Sud dichiarò la legge marziale, dopo aver accusato il Partito Democratico e più in generale le opposizioni parlamentari di collusione con i comunisti nordcoreani. Sicché veicoli della polizia e forze armate circondarono rapidamente il palazzo dell’Assemblea Nazionale, allo scopo di delegittimarla e di impedire ai parlamentari di accedervi liberamente per revocare il decreto. La rapida reazione di semplici cittadini, deputati e assistenti parlamentari accorsi in loco per sventare il possibile golpe riuscì, in ogni caso, a bloccare per tempo la deriva autoritaria, rendendo vano persino l’intervento delle truppe aviotrasportate fedeli al Presidente. E senza spargimenti di sangue, circostanza da non dare per scontata vista la tumultuosa Storia del paese in questione…
Ecco, oltre ad illustrare in modo ammirevole un esempio di democrazia partecipativa dall’esito particolarmente fausto, l’ottimo lavoro svolto da Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan ricorre in modo assai valido al doppio registro della testimonianza in presa diretta e della memoria storica. Forte di un montaggio serrato, incalzante, ottimamente impostato, The Seoul Guardians da un lato incanala l’attenzione dello spettatore verso la drammatica escalation all’Assemblea Nazionale, tanto da offrire l’impressione di essere ancora tutti quanti lì a difendere l’ordinamento democratico della nazione, dall’altro dosando in modo intelligente i materiali d’archivio crea un parallelo inquieto – e che in certi momenti suona da monito – col trauma collettivo del massacro di Gwangju, allorché in tale località le proteste popolari del 18 maggio 1980 contro la dittatura di Chun Doo-hwan non portarono a un “happy end” ma alla dura repressione dell’esercito sudcoreano, con un numero di vittime stimato tra le diverse centinaia ed alcune migliaia. Episodio raccontato con il giusto pathos, peraltro, in A Taxi Driver (2017), lungometraggio di finzione scritto da Yu-na Eom e diretto da Jang Hoon, del quale consigliamo vivamente il recupero a ulteriore testimonianza della lodevole propensione del cinema coreano contemporaneo a riesumare, analizzare ed esorcizzare i propri scheletri nell’armadio.
Stefano Coccia









