Parigi, tutto in una notte

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Drammatico affresco sulle profonde fratture delle nostre società

E’ una giornata molto particolare quella in cui Julie (Marina Foïs) decide di lasciare l’insicura ed egocentrica Raf (Valeria Bruni Tedeschi). In tutta Parigi, infatti, impazzano le manifestazioni messe in atto dai “gilet gialli”, dove la rabbia della gente e la rigidità del governo Macron fanno da miccia a una lunga serie di incidenti che si protrarranno fino a notte inoltrata. Mentre Raf insegue la sua compagna per strada, cercando di convincerla a cambiare idea, scivola rovinosamente a terra, fratturandosi il braccio. Il pronto soccorso dove viene ricoverata, in preda a fortissimi dolori, si rivela essere un micromondo, specchio delle tensioni sociali che dilaniano il paese: qui troviamo anche Yann (Pio Marmaï), camionista esasperato e ferito in uno dei cortei da una granata della polizia, e Kim (Aïssatou Diallo Sagna), infermiera che, come altri suoi colleghi, deve sopperire con le sue energie alle croniche lacune del sistema sanitario nazionale. Quando Julie raggiunge l’ospedale per assistere Raf (senza nessuna intenzione di ritornare sulla sua decisione di troncare) le due donne sono spettatrici di una notte che, già complessa, diventa difficile e perfino delirante. Il personale medico, stremato da turni massacranti e dalla mancanza di una struttura adeguata, deve far fronte all’enorme quantità di feriti che giungono in seguito agli scontri per le vie della capitale francese, oltre a gestire il crescente nervosismo dei più disparati pazienti costretti ad attendere ore per una visita. Nel momento in cui l’edificio viene investito dalla battaglia urbana, diventando una sorta di linea del fronte, l’intera situazione rischia di collassare definitivamente su chiunque. Il mattino sembra davvero lontano e l’unica soluzione è quella di resistere.
E’ un film durissimo Parigi, tutto in una notte (La fracture) di Catherine Corsini, in competizione lo scorso anno per la Palma d’Oro a Cannes (premio vinto da Titane di Julia Ducournau). In questo disperato affresco metropolitano, completamente ambientato fra le mura fatiscenti di un imprecisato pronto soccorso, confluiscono ansie, disagi e rimostranze causate dai drammatici tempi che viviamo. Julie e Raf paiono essere quasi delle privilegiate, in confronto ai personaggi che si alternano tra le sale perennemmente affollate, salvo poi scoprire che la casa editrice di Julie (per la quale Raf è autrice fumettista), è anch’essa in gravi difficoltà dopo essere stata un tempo in salute. Le incomprensioni e le insofferenze contro chi manifesta, col passare delle ore, si ammorbidiscono quando appare chiaro che il nemico comune è altrove, più in alto. Impossibile non solidarizzare con Yann, carico di risentimento (e un po’ emblema di tanti altri come lui), costretto con un salario bassissimo a vivere con una madre cui viene riservata una pensione da fame. E, quindi, costretto anche a non poter mai progettare un futuro, a non potersi permettere neanche una vita sentimentale che si baserebbe sul nulla. Nonostante le gravi ferite alla gamba, che non gli consentirebbero di guidare il suo camion, sa che senza lavorare verrebbe licenziato. Come molti, deve anteporre alla sua salute personale i pochi soldi che gli vengono concessi, cercando a ogni costo di evadere dall’ospedale. Kim una famiglia ce l’ha, ma anche lei deve sacrificarla, lasciando a casa una bambina piccolissima e malata per affrontare la sesta notte consecutiva in servizio (quando, per legge, non dovrebbe farne più di tre a settimana). Le sue forze vengono letteralmente erose di fronte alle difficoltà a tratti insormontabili, gestendo anziani soli e dimenticati, individui con disabilità mentali abbandonate dalla sanità pubblica, una struttura che cade a pezzi, barelle che mancano e tutto cercando di non perdere empatia ed umanità. Ma non ci sono solo questi volti: l’intero film è in realtà un grande lavoro corale, ottimamente girato con ritmi incalzanti, dove si muovono infermieri esausti, dottori stressati ai limiti, poliziotti mandati allo sbaraglio e manifestanti in fuga, tutti intrappolati tra le claustrofobiche mura di quella che pare una infernale trappola dalla quale ricchi e potenti si tengono bene alla larga. E tutti, prima o poi, consapevoli di essere forse sulla stessa barca, mentre vacillano le fondamenta della comunità. Il titolo originale La fracture, dunque, indica qualcosa su più livelli e non solo, banalmente, quella che costringe Raf al ricovero: è la frattura tra le persone in casa, come il rapporto fra Raf e Julie, che pare cedere più per le nevrosi contemporanee che per problemi interni, ma soprattutto è la profonda e apparentemente insanabile frattura che si è venuta a creare nella società, fra i governi, gli Stati e le strutture che dovrebbe esserne una diretta emanazione, fra le elite e le persone comuni, fra ricchi e poveri. Un titolo intelligente che purtroppo si perde in quello, banalissimo, scelto per il mercato italiano: “Parigi, tutto in una notte”, più adatto a qualche commedia che a questa amara ed attualissima pellicola di denuncia. Un atto di accusa che vale per tutti, perché questa è una frattura che oltre a piagare tutta Europa sembra anche ben lontana dal ricomporsi.

Massimo Brigandì

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