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Il patto del silenzio – Playground

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VOTO: 8,5

Chi tace non acconsente

Ci sono pellicole che alle indubbie qualità tecniche e artistiche uniscono anche contenuti dal peso specifico rilevante, facendosi portatrici sane di storie significative e tematiche meritevoli di arrivare all’attenzione di una platea sempre più vasta. È il caso di Un monde, opera prima di Laura Wandel che, a due anni circa dall’anteprima mondiale nella selezione “Un Certain Regard” del 74° Festival di Cannes ed essere stata candidata come rappresentante del Belgio agli Academy Awards 2023, approda finalmente nelle sale nostrane con Wanted Cinema a partire dal 2 marzo 2023 con il titolo Il patto del silenzio – Playground. Diciamo finalmente, perché il film scritto e diretto dalla cineasta belga ha nel suo DNA il potere “taumaturgico” della Settima Arte di rendere il mondo un posto migliore, o quantomeno contribuisce a suo modo alla causa.
Si tratta di un’opera preziosa per approccio alla materia ed estremamente importante per il messaggio che vuole trasmettere ai potenziali fruitori, con questi che dovrebbero appartenere a tutte le fasce d’età sensibili e in grado di recepire quanto il film racconta e a suo modo condanna. Il film, infatti, si avventura nel complesso e delicato ambiente scolastico per portare sullo schermo un’indagine psicologica incentrata sul tema del bullismo, la cui visione – anche a fini strettamente didattici – potrebbe aiutare ragazzi e ragazze ad aprire occhi e orecchie così da riconoscere le forme di bullismo/cyberbullismo e osservarne le conseguenze al fine di prevenirle. Ecco perché speriamo che uno strumento efficace come questo, non solo in termini artistici, possa circolare il più possibile oltre che nelle sale anche nelle scuole. Il ché conferisce alla pellicola in sé una responsabilità ancora maggiore, della quale riteniamo possa tranquillamente farsi carico visti le spalle solide che ha dimostrato di avere nonostante sia un esordio.
La Wandel ha dimostrato una grande maturità sia in fase di scrittura che in quella di messa in quadro, ma soprattutto come vedremo nella direzione dei giovanissimi interpreti, qui alla primissima esperienza davanti la macchina da presa. Potentissimo e intenso è, infatti, il loro impatto sullo schermo e il contributo emozionale che conferiscono alla vicenda narrata attraverso le performance, a cominciare da quella folgorante di Maya Vanderbeque, che nel film è Nora, una bambina di sette anni dall’indole introversa che assiste ad alcuni episodi di bullismo che si verificano nella sua scuola elementare, la cui è vittima è il fratello maggiore Abel, nelle vesti del quale troviamo il talento puro di Günter Duret. La bambina cerca di attirare l’attenzione degli insegnanti e del padre, ma Abel tiene tutto segreto per non subire le ritorsioni dei suoi compagni aguzzini. Il ragazzino troverà come unica via d’uscita quella di adottare gli stessi comportamenti dei suoi aguzzini, rischiando di trasformarsi da vittima in carnefice.
Per raccontare questa odissea quotidiana fatta di dolore e malessere, la cineasta di Bruxelles sceglie un approccio rigoroso e scarnificato, ripulendo ogni singola inquadratura da ghirigori stilistici e da un’estetica fine a se stessa. Il patto del silenzio in tal senso è un film asciutto e chirurgico, che punta sull’espressività dei piccoli interpreti e sull’essenziale, al fine di raggiungere velocemente il nocciolo della questione senza troppi giri di parole. Non a caso la durata del film si aggira intorno ai 70 minuti e i dialoghi sono ridotti all’osso, con gli sguardi, i non detti e i silenzi che si scambiano i personaggi che diventano il veicolo di trasmissione dei sentimenti, degli stati d’animo e in primis delle emozioni cangianti. Il risultato è un livello di realismo, naturalezza e verità altissimo, che arriva persino a sfiorare il documentarismo puro e crudo dell’osservazione e a fare pensare allo spettatore che Vanderbeque e Duret nemmeno recitino. Il ché aumenta in maniera esponenziale il grado di coinvolgimento del fruitore nei confronti della storia, la sua incidenza in merito all’argomento trattato e la vicinanza ai personaggi adulti e in primis a quelli piccoli, quest’ultimi posti sempre al centro della scena con una macchina da presa costantemente appiccicata ai loro corpi e ad altezza bambino nel senso letterale del termine. Altra scelta formale che dona ancora più realismo a un film che consigliamo caldamente di vedere, poiché lascia addosso una gamma di emozioni che non si scordano tanto facilmente.

Francesco Del Grosso

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