Parigi, 13Arr.

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8.0 Awesome
  • voto 8

L’incerta gioventù

Esistono autori cinematografici i quali assestano la loro filmografia su specifiche coordinate, derogando solo lo stretto indispensabile ad ogni nuova opera. Non appartiene certamente alla suddetta categoria Jacques Audiard, cineasta transalpino già da tempo entrato nel ristretto novero dei registi di culto. Un regista che ama rinnovarsi, sfidando ogni volta nuovi generi per ridisegnarne a proprio modo contorni e confini. Prerogativa principale, per l’appunto, di Autori con la maiuscola.
Non stupisce affatto, allora, che dopo il west anomalo, filosofico ed esistenzialista, cantato nell’ottimo I fratelli Sisters (2018) Audiard abbia decisamente cambiato ancora una volta registro narrativo, misurandosi con un atipico racconto sulla gioventù parigina che, a voler essere riduttivi, si potrebbe definire uno sfaccettato coming of age. In realtà Parigi, 13Arr. (titolo originale Les Olympiades. Entrambe le titolazioni fanno riferimento alla zona della capitale francese in cui è ambientato il lungometraggio) assume ben presto le caratteristiche di un ritratto senza edulcorazioni della gioventù contemporanea, prigioniera di angosce e solitudini per la quale il sesso, sia esso reale oppure virtuale, diventa sorta di comunicazione primaria anteposta all’effettiva conoscenza. La carnalità diviene allora elemento predominante e fagocitante dell’opera; ma siamo comunque lontani dalle esplicite esplosioni dei sensi messe in scena dal cinema di un Abdellatif Kechiche, tanto per restare in ambito francese. In Audiard, il quale anche in questa occasione resta fedele alla propria natura di esploratore delle zone in ombra dell’essere umano, la sessualità diviene rovello problematico, continua interrogazione rivolta a se stessi ancor prima degli altri. Ragion per cui appare perfettamente logica e comprensibile la scelta di girare Parigi, 13Arr. in un bianco e nero straordinariamente ricco di interpretazioni. Da un lato l’aggiornamento di un certo modello di cinema sentimentale che Audiard, classe 1952, ha vissuto in prima persona, quello portato genialmente alla ribalta dalla Nouvelle Vague; dall’altro l’evidente desiderio di fotografare una gioventù palpitante di vita e tuttavia smarrita nelle proprie incertezze, avulsa dal resto della famiglia e per estensione dall’intero corpo sociale. Non a caso due dei tre protagonisti delle storie che compongono il film sono francesi di seconda generazione, sorta di “stranieri in patria” continuamente protesi alla ricerca sia di un senso esistenziale che di una minima stabilità economica da raggiungere con ogni mezzo possibile.
Curiosamente Parigi, 13Arr. – transitato in Concorso a Cannes 2021, senza ottenere riconoscimenti – presenta non poche affinità elettive con un altra imperdibile opera in attuale circolazione nelle nostre sale, il magnifico Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson. Anche il film di Audiard racconta in fondo la storia di un inseguimento amoroso lungo l’intera durata della diegesi; tuttavia alla dolce luminosità di un’epoca e di un momento irripetibile si sostituiscono i chiaroscuri della problematicità di coloro che già sono proiettati verso un’età adulta sin troppo ricca di incognite. Émilie Wong, ragazza di origine cinese in cerca di occupazione fissa. Camille Germain, aspirante professore di origine africana. Nora Ligier, trentenne francese dall’incerto orientamento sessuale. Tutti frutti, giovani e meno giovani, di un corpus sociale vessato da crisi economiche costanti, pandemie, guerre e quant’altro. Una situazione da cui non può scaturire altro che un malessere endemico, curabile solamente attraverso la realizzabile utopia di un rapporto sentimentale completo e sincero. Un relativo – molto relativo – addolcimento della poetica di Audiard probabilmente dovuto alla presenza di Celine Sciamma e Léa Mysius in sede di sceneggiatura di Parigi, 13Arr. Un’opera dove la complessità del punto di vista femminile risalta in ogni singola sequenza, deflagrando nel segmento narrativo riguardante il rapporto tra Nora ed il suo alter ego “pornografico” Amber Sweet. Un momento di cinema ad altissima densità emotiva e totalmente coinvolgente che segna un ennesimo nuovo punto di arrivo nel cinema di Jacques Audiard.
Un certo François Truffaut, dall’alto del paradiso cinefilo dove egli senza dubbio risiede, accoglierebbe con un sorriso complice sia le performance interpretative dei vari Lucie Zhang, Makita Samba e di Noémie Merlant – unico volto noto di un cast giustamente inedito a popolare l’intero lungometraggio – che lo sguardo sincero e approfondito di un’opera che utilizza sapientemente il cinema di ieri e di oggi per scoprire e rivelare verità non proprio accomodanti.

Daniele De Angelis

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