Love & Peace

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Kaiju Before Christmas

Che il cinema di Sion Sono non fosse estraneo a un certo eclettismo impazzito, spesso e volentieri spinto allegramente ben oltre i confini del grottesco da una vitalità esplosiva capace di reinventarsi costantemente, lo aveva capito chiunque avesse già un minimo di dimestichezza col mondo sovraccarico ed eccessivo del cineasta nipponico.
Eppure, davanti all’anomala e fanciullesca ultima follia barocca di Love & Peace (uno dei ben cinque lungometraggi girati da Sono nell’arco del 2015), pare che, complice una svolta commerciale che, negli ultimi anni, ha innegabilmente segnato il modo di fare cinema del regista, facendo storcere più di un naso a estimatori e appassionati, questo eclettismo, questo gioco infinito e citazionista di rimandi tra generi e suggestioni differenti, abbia raggiunto, nel bene e nel male, livelli inediti e inesplorati persino per un autore che ha fatto della sovrabbondanza e dell’eccesso il proprio consapevole e consolidato marchio di fabbrica.
Attraverso la surreale e assurda parabola di ascesa e caduta dell’inetto Kyo, frustrato impiegato vessato dai colleghi di lavoro, deriso in metropolitana, insultato persino da un programma televisivo nella solitudine della sua stanza, di colpo in grado, grazie a Pikadon, la sua tartaruga dagli acquisiti poteri magici, di realizzare tutti i propri sogni di rockstar mancata, Sono dà vita a un mondo caotico e sovraffollato dove la commedia musicale incontra la favola fantastica, il dramma grottesco gli ispirati catastrofismi dei film di kaiju, e dove il gusto ludico e sognante per una storia sempre sopra le righe si contamina delle più amare riflessioni sulla natura dell’animo umano.
Perché, in fondo, sebbene a prima vista questo film appaia come l’ennesimo tassello di un progressivo avvicinamento a quell’anarchismo caotico tipico di certo cinema del Sol levante (quello di Takashi Miike sopra tutti), è sempre la medesima, peculiare e solidissima poetica di fondo del regista di Love Exposure a trasparire tra le righe di un buffonesco e deviato trionfo pop per famiglie, costantemente all’ombra di un rigore formale e concettuale sempre uguale a sé stesso, persino quando viene portato a confrontarsi con un impensabile racconto natalizio.
Dalla frustrazione di individui sconfitti e oppressi dalla società, abbandonati a sé stessi come giocattoli ormai in disuso, relegati nelle fogne in compagnia di misteriosi barboni alchimisti, alla storia d’amore tormentata e disfunzionale passando per la consueta teoria di personaggi assurdi e iconici, Love & Peace non è altro che l’ennesimo apologo pessimista sulla parte più oscura e vorace di ognuno di noi, sul potere (auto)distruttivo ed egoistico di sogni, ambizioni e desideri.
Come l’assurda canzone d’amore da cui prende il titolo, come il jingle idiota che tornava, ossessivamente, in Why Don’t You Play in Hell? (e qui, immancabilmente, ripreso per un istante), Love & Peace si fissa nel cervello con la forza disperata della sua giostra caleidoscopica e coloratissima, pessimista e sconsolata.
E, alla fine, verrebbe quasi da commuoversi, se tutto ciò non fosse così assurdo.

Mattia Caruso

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