Mon Roi – Il mio re

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9.0 Awesome
  • voto 9

Spietate realtà, talvolta, vanno raccontate senza filtri

Il cinema, si sa, nasce innanzitutto per divertire, intrattenere e distogliere, per qualche ora, dalla problematica realtà.
Ma ci sono anche film, dall’intento più artistico, che non solo la raccontano, quella realtà da cui si vuol fuggire, ma la mostrano anche nei suoi aspetti più profondi: sfumature che spesso sfuggono ai nostri occhi, per un rifiuto a priori di vederle. Perché sono aspetti che fanno male, poiché mettono in campo le responsabilità del nostro agire su ciò che ci capita; e ce li ritroviamo lì, proiettati su quel grande schermo che avrebbe dovuto solo distrarci dalle seccature giornaliere, rappresentati da emblematici personaggi, senza che lo avessimo chiesto.
Maïwenn Le Besco con il suo Mon Roi, letteralmente tradotto in Italia Il mio re, si mostra spietata in questo senso e, con un gesto apparentemente crudele, in realtà d’amore, per non dire politico, mostra al proprio pubblico, passo per passo, la nascita e il lento, logorante sviluppo di un rapporto che, sorto nella più totale goliardia, diviene man mano perverso, intricato: una trama sempre più fitta dalla quale diviene sempre più difficile liberarsi, i cui tessitori, come nella maggior parte dei casi, sono il prototipo della vittima e del carnefice, laddove l’uno, da vittima, diviene carnefice per l’incapacità di rifiutare il dolore che sente, e l’altro, il carnefice, diviene vittima perché incapace di fermare la propria violenza e di trovare chi lo fermi.
Attraverso la tecnica del flashback, Mon Roi narra la storia (cosiddetta) d’amore tra Tony (Emmanuelle Bercot) e George (Vincent Cassel). In seguito a un incidente sugli sci, la donna viene ricoverata per qualche tempo in un centro di riabilitazione, dove, grazie alle cure dei medici e al rapporto con gli altri pazienti, ragazzi semplici e di background inferiore rispetto alle persone che era abituata a frequentare, ha modo, per la prima volta, di rivedere la propria vita da un occhio esterno, e metterne in discussione ogni aspetto, soprattutto il rapporto con l’uomo che le è accanto da ormai dieci anni.
La sottigliezza con cui viene narrato ogni singolo aspetto della relazione tra l’uomo e la donna, il lento ingresso in quel tunnel dal quale diverrà quasi impossibile uscire, accompagnati dalla dovizia di dettagli nella descrizione delle singole personalità all’interno del rapporto, e il mix distruttivo che ne scaturisce, mette le capacità della regista alla stregua di quelle di uno psichiatra. Il carnefice, in altri ambiti definito schizoide, è rappresentato in ogni singolo aspetto della sua complessa personalità: estremamente intelligente, come la maggior parte delle persone che si ritrovano in questo personaggio, mostrerà un’abilità quasi scientifica nel mostrare un aspetto piuttosto che un altro in ogni circostanza, a seconda dell’obiettivo del momento.  Ma ciò che stupisce e coinvolge ancor di più è la complicità che la vittima, in altri ambiti definita depressa, instaura con l’antagonista, mettendo in piedi una relazione apparentemente incentrata sulla ricerca della felicità, in realtà finalizzata alla distruzione.
Ma l’opera non sarebbe senz’altro riuscita così bene se ad accompagnare le abilità quasi psichiatriche della regista non ci fossero state le interpretazioni altrettanto magistrali degli attori: una Emmanuelle Bercot (miglior attrice al Festival di Cannes 2015) mostra, in modo talora anche cruento, la sofferenza di una donna che non sa opporre rifiuto, metaforicamente rappresentata da una sofferenza fisica che la accompagna durante l’intero periodo di riabilitazione. Accanto a lei, Vincent Cassel che, compagno di un’attrice dalle doti straordinarie per buoni 128 minuti, si mostra perfettamente all’altezza della situazione, e non dà a vedere alcun gap tra i due.
Il cinema, si sa, nasce innanzitutto per divertire, intrattenere e distogliere, per qualche ora, dalla problematica realtà. Ma i film che rientrano in questa categoria, mutano per breve tempo i nostri umori, senza tuttavia mutare lo status quo.
E poi ci sono film che, senza mutare il nostro momentaneo umore, tendono, tuttavia, a mutare lo status quo. Questi film vengono definiti opere d’arte.

Costanza Ognibeni

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