Home Festival Altri festival Love Me Tender

Love Me Tender

72
0
VOTO: 7.5

AgorafobicaMente

Dello scoppiettante, teneramente folle Love Me Tender, visualizzato in streaming grazie al Festival del Cinema Svizzero Contemporaneo, ricorderemo con piacere anche il collegamento introduttivo, ovvero il divertente duetto a distanza tra l’attrice Barbara Giordano e la regista Klaudia Reynicke.
“Il film che vi farà ridere, scomodamente”, così si è espressa la protagonista a riguardo. E dopo averlo finalmente visto non ci sembra che possa esistere sintesi più efficace.

La visione del lungometraggio diretto da Klaudia Reynicke è già spiazzante di suo. Certo poi che prendere confidenza con atmosfere e situazioni così stralunate in un periodo come questo, vincolato dal dilagare della pandemia e dal conseguente lockdown, non può che rendere l’esperienza spettatoriale ancora più estrema: sono quei fortuiti, fecondi cortocircuiti tra finzione e realtà, coi quali occasionalmente si deve fare i conti.
Ma anche al di là del contesto extrafilmico, Love Me Tender è un gioiello di comicità surreale e di soffocanti pressioni psicologiche espresse con sorprendente levità, cui non si resta indifferenti.
Ne è protagonista Seconda, nome fortemente evocativo (come sornionamente emergerà dal prosieguo del plot), giovane donna schiacciata da un background famigliare per niente rinfrancante, che a un certo punto s’è accorta di non farcela più ad uscire di casa, ad affrontare il mondo esterno, dopo che i genitori l’hanno pesantemente condizionata in tal senso. Nuovi traumi in famiglia, con la precoce scomparsa della madre e la fuga un po’ vigliacca del padre, la lasceranno sola con le sue paure; ma da lì nascerà però una nuova sfida, un continuo mettersi alla prova che, al di là di certi esiti tragicomici, spingerà gradualmente Seconda a rimettere in discussione la propria vita a porte chiuse.

Corollario tutt’altro che futile di tale percorso, la galleria di inconcludenti personaggi maschili da lei incrociati, padre compreso: goffi, maldestri, in preda a incomprensibili imbarazzi, ora aggressivi e un momento dopo persino teneri, questi uomini strambi e poco risoluti hanno indubbiamente il loro campione in Henry Mont, usuraio timido e stalker telefonico poliglotta, che non sfigurerebbe neanche in una pellicola di Sorrentino.
Ciò che ne deriva è uno humour grottesco, situazionista, sulfureo e talmente naïf da ricordare, nei momenti più felici, le inconfondibili poetiche di uno Ioseliani o di un Kaurismäki. Tra fiammate da black comedy (povero gatto…), sconnessi tentativi di seduzione e iperboli spazio-temporali, il film non smette per un attimo di dialogare con la curiosità dello spettatore, in ciò sostenuto sia dall’intensità della protagonista Barbara Giordano, sia da uno sguardo registico acuto e in perfetta simbiosi con le deliziose stravaganze della colonna sonora.

Stefano Coccia

Articolo precedenteMichel Piccoli, il cinema e la vita
Articolo successivoWhere We Belong

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here

3 × tre =