Love Me Tender

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

AgorafobicaMente

Dello scoppiettante, teneramente folle Love Me Tender, visualizzato in streaming grazie al Festival del Cinema Svizzero Contemporaneo, ricorderemo con piacere anche il collegamento introduttivo, ovvero il divertente duetto a distanza tra l’attrice Barbara Giordano e la regista Klaudia Reynicke.
“Il film che vi farà ridere, scomodamente”, così si è espressa la protagonista a riguardo. E dopo averlo finalmente visto non ci sembra che possa esistere sintesi più efficace.

La visione del lungometraggio diretto da Klaudia Reynicke è già spiazzante di suo. Certo poi che prendere confidenza con atmosfere e situazioni così stralunate in un periodo come questo, vincolato dal dilagare della pandemia e dal conseguente lockdown, non può che rendere l’esperienza spettatoriale ancora più estrema: sono quei fortuiti, fecondi cortocircuiti tra finzione e realtà, coi quali occasionalmente si deve fare i conti.
Ma anche al di là del contesto extrafilmico, Love Me Tender è un gioiello di comicità surreale e di soffocanti pressioni psicologiche espresse con sorprendente levità, cui non si resta indifferenti.
Ne è protagonista Seconda, nome fortemente evocativo (come sornionamente emergerà dal prosieguo del plot), giovane donna schiacciata da un background famigliare per niente rinfrancante, che a un certo punto s’è accorta di non farcela più ad uscire di casa, ad affrontare il mondo esterno, dopo che i genitori l’hanno pesantemente condizionata in tal senso. Nuovi traumi in famiglia, con la precoce scomparsa della madre e la fuga un po’ vigliacca del padre, la lasceranno sola con le sue paure; ma da lì nascerà però una nuova sfida, un continuo mettersi alla prova che, al di là di certi esiti tragicomici, spingerà gradualmente Seconda a rimettere in discussione la propria vita a porte chiuse.

Corollario tutt’altro che futile di tale percorso, la galleria di inconcludenti personaggi maschili da lei incrociati, padre compreso: goffi, maldestri, in preda a incomprensibili imbarazzi, ora aggressivi e un momento dopo persino teneri, questi uomini strambi e poco risoluti hanno indubbiamente il loro campione in Henry Mont, usuraio timido e stalker telefonico poliglotta, che non sfigurerebbe neanche in una pellicola di Sorrentino.
Ciò che ne deriva è uno humour grottesco, situazionista, sulfureo e talmente naïf da ricordare, nei momenti più felici, le inconfondibili poetiche di uno Ioseliani o di un Kaurismäki. Tra fiammate da black comedy (povero gatto…), sconnessi tentativi di seduzione e iperboli spazio-temporali, il film non smette per un attimo di dialogare con la curiosità dello spettatore, in ciò sostenuto sia dall’intensità della protagonista Barbara Giordano, sia da uno sguardo registico acuto e in perfetta simbiosi con le deliziose stravaganze della colonna sonora.

Stefano Coccia

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