Les traducteurs

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5.5 Awesome
  • VOTO 5.5

Caccia al ladro

Se come Régis Roinsard sei cresciuto in una famiglia amante dei romanzi di Agatha Christie e dei film di Alfred Hitchcock, la possibilità che la passione per il giallo vecchia scuola diventi la materia prima con la quale alimentare il tuo modo di fare e concepire la Settima Arte. Nel caso del regista francese, già autore della pregevole commedia sentimentale Tutti pazzi per Rose, prima o poi il suddetto retaggio doveva tornare a bussare alla sua porta. Ed ecco qui prendere forma e sostanza Les traducteurs, l’opera seconda di Roinsard, che dopo l’anteprima all’undicesima edizione del Bif&st si affaccerà nelle sale nostrane con Altre storie.
Nelle vene dello script scorrono dunque quelle influenze, tanto nell’architettura scatologica del racconto quanto nella costruzione delle atmosfere e della messa in quadro. Il film catapulta lo spettatore in una lussuosa casa isolata senza alcun contatto con l’esterno, dove nove traduttori vengono riuniti per lavorare sull’ultimo volume di uno dei più grandi successi della letteratura mondiale. Ma quando le prime dieci pagine del romanzo vengono pubblicate su internet, e un pirata minaccia di rivelarne il resto se non gli viene pagato un riscatto, una domanda diventa ossessiva: da dove viene la fuga? La caccia all’uomo per scoprire quale sia l’identità della talpa è ovviamente il cuore pulsante del plot, ma prima di dipanare l’intera matassa il fruitore dovrà schivare tutti i tentativi di depistaggio, i diversivi e le false piste disseminate sulla timeline. Il risultato è un gioco di specchietti delle allodole, nel quale l’autore utilizza la galleria di personaggi a disposizione come pedine per una partita a scacchi con il pubblico. Per farlo innesca un cammino di svelamento graduale che per i cultori della materia risulterà piuttosto prevedibile e macchinoso, conseguenza diretta di una ragnatela mistery all’apparenza intricata, ma a conti fatti semplice da scardinare.
Purtroppo la scrittura e la sua trasposizione rimangono impigliati nella tela, vittime e carnefici di se stesse e di un’architettura a incastri che funziona a fasi alterne e solo quando la cinetica s’impossessa dello schermo con scene dal ritmo più sostenuto (il pirotecnico furto della valigetta nella metropolitana). Per il suo Les traducteurs, il cineasta francese strizza l’occhio ai modelli del whodunit vecchia scuola, gli stessi presi in prestito da Rian Johnson per creare quel gioiellino che risponde al titolo di Knives Out, in cui le anime di Christie e di Hitchcock si fondono alla perfezione. Qui, al contrario, la formula non genera esiti di uguale solidità, con l’asticella della temperatura della tensione che sale e scende in continuazione senza riuscire mai a stabilizzarsi in un percorso di crescita lineare. Nemmeno il variegato e internazionale cast a disposizione, dove figurano tra gli altri nomi di peso come quelli di Lambert Wilson, Olga Kurylenko, Riccardo Scamarcio e Eduardo Noriega, è riuscito a risollevare le sorti dell’operazione.

Francesco Del Grosso

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