La Vanité

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

L’ultimo desiderio

Il fine vita si sa è un tema assai scivoloso da trattare, un vero e proprio terreno minato per coloro che non sanno come e dove mettere i piedi, in grado di fare tremare i polsi a chiunque, persino ai registi più esperti e con un comprovato pelo sullo stomaco. Nella ristretta lista di quelli che nei decenni si sono avvicinati all’argomento in questione senza timori reverenziali, figura il nome di Lionel Baier, autore di quel La Vanité che non meno di cinque anni fa passò indenne le anteprime in quel di Cannes e Locarno grazie al modo coraggioso e controcorrente di approcciare la materia. Un modo che il pubblico nostrano che non riuscì a vedere la pellicola all’epoca delle proiezioni festivaliere ha potuto recuperare in streaming nel corso della rassegna Il cinema svizzero contemporaneo 2020, laddove è stata programmata all’interno di un piccolo omaggio dedicato al regista, produttore e docente di Losanna.
Per la cronaca la storia al centro del film nasce da un fatto reale raccontato a Baier da uno dei suoi studenti, una di quelle al limite dell’assurdo che evidenzia il filo sottile che unisce (o separa) la vita dalla morte. La Vanité ci catapulta al seguito di David Miller, un anziano architetto, ora malato, che vuole togliersi la vita per non soffrire e darla vinta al cancro. Per farlo non vuole lasciare nulla al caso e fa ricorso a un’associazione che pratica il suicidio assistito. Ma Espe, che dovrebbe accompagnarlo in questo percorso, non sembra molto informata sull’intera procedura. Nel frattempo, David cerca con ogni mezzo di convincere Tréplev, un gigolò russo che sta incontrando i suoi clienti nella camera adiacente a quella che il protagonista ha affittato per compiere la fatale procedura, a fare da testimone, come richiesto dalla legge svizzera. Nell’arco di una notte, i tre personaggi scopriranno che il piacere della compagnia, forse persino l’amore, sono sentimenti duri a morire.
È sufficiente la lettura della sinossi per intuire quale direzione il cineasta elvetico abbia deciso di percorrere per arrivare diritto al cuore di un tema quanto mai controverso come quello dell’eutanasia. Lasciando come sottofondo il texture e il tono drammatico della tragedia umana, Baier cuce i fili di una commedia eccentrica e raffinata, capace di affrontare con grande vivacità e delicatezza una storia di dolore, mantenendo sempre altissimo il rispetto. Per farlo ha dato forma e sostanza a una favola a tratti surreale che gioca sull’ambiguità che unisce il desiderio e l’apatia, la realtà e la finzione, l’eros e il thanatos. Il segreto sta quindi nel tocco onirico e “comico” (deliziosamente grottesco) con il quale è stata costruita la timeline. Una timeline, quella de La Vanité, che nella sua regolarità, linearità e precisione cronometrica tipicamente svizzera non esclude la possibilità di brevi e riuscite parentesi surreali (vedi la scena della piscina, del campionario dei clienti del gigolò e dell’epilogo in macchina) e di puro lirismo (il volo della busta di plastica nel cielo stellato).
Dunque, la chiave utilizzata è quella più rischiosa in queste circostanze, ma va riconosciuto il merito all’autore di non avere mai oltrepassato il limite dribblando abilmente le sabbie mobili del sentimentalismo e della spettacolarizzazione del dolore. C’è da dire che ad aiutarlo e a facilitargli il compito c’è il fatto che in terra elvetica l’eutanasia, così come la prostituzione che viene trattata attraverso il personaggio di Tréplev, sono argomenti affrontati con un invidiabile pragmatismo e senza quella scia di polemiche o di tabù che solitamente si innesca lontano da lì (vedi ad esempio le proteste alzate contro Bella addormentata di Marco Bellocchio all’epoca della première alla 69ª Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia). Se poi a disposizione hai anche due grandissimi interpreti come Patrick Lapp e Carmen Maura, allora la strada si fa ancora più in discesa.

Francesco Del Grosso

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