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La fine di Oak Street

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VOTO: 7,5

Un tuffo nel passato

Ogniqualvolta si pensa alla combinazione dinosauri-cinema viene di default associarla alla saga di Jurassic Park. È inevitabile e fa parte ormai dell’immaginario con il quale tutti coloro che decidono di riportare sul grande schermo le creature preistoriche devono giocoforza fare i conti. Lo sanno bene J.J. Abrams e David Robert Mitchell, rispettivamente produttore e regista di La fine di Oak Street, che per la pellicola in questione hanno trovato un modo efficace per evitare un’impari confronto con il celebre franchise. Un confronto che avrebbe sicuramente provocato dei seri danni, quelli che invece potrebbero arrivare dalla decisione della Warner Bros. Pictures di distribuire un titolo potenzialmente valido al box-office il 12 agosto 2026, ossia nel pieno della stagione balneare, due giorni prima dell’uscita nelle sale statunitensi.
Staremo a vedere. Nel frattempo per noi e per il resto degli addetti ai lavori che hanno gradito La fine di Oak Street, la scommessa si può considerare vinta. Il ché è stato reso possibile dalle contromisure prese sin dalla fase di scrittura dal regista di Clawson, di comune accordo con la produzione di Abrams, per dribblare qualsiasi confronto con il cult di Spielberg, imboccando una strada alternativa. Mescolando paura, avventura e dimensione familiare, a otto anni dall’uscita di Under the Silver Lake, Mitchell è tornato dietro alla macchina da presa abbracciando il genere della fantascienza, con forti incursioni nell’immaginario degli anni Ottanta, quelli a lui tanto cari e che hanno già fatto da cornice ai suoi fortunati esordi The Myth of the American Sleepover e It Follows.
Anche se possono risultare piuttosto comuni oltreoceano, l’efficacia con la quale il regista del Michigan ha assemblato i suddetti ingredienti gli ha consentito di dare forma e sostanza a un film che alterna sapientemente generi e registri, garantendo alla visione un alto tasso di emozioni e livelli di intrattenimento differenti. Con queste coordinate che disegnano il percorso narrativo e drammaturgico del plot, Mitchell ci teletrasporta in quel di Oak Street, un vasto e tranquillo quartiere fittizio di periferia di una non meglio identificata cittadina americana, dove tutto scorre secondo i ritmi rassicuranti della quotidianità: il lavoro, gli incontri tra vicini, le feste e le ricorrenze che scandiscono la vita degli abitanti. Ma come il cinema ci ha mostrato in più di un’occasione, questa è una normalità destinata a durare ben poco. Un misterioso evento cosmico sconvolge infatti l’ordine delle cose, catapultando Oak Street in un’epoca preistorica, dove gli abitanti si ritrovano improvvisamente faccia a faccia con un mondo dominato dai dinosauri. Per riuscire a sopravvivere, la famiglia Platt dovrà cercare di rimanere unita per riuscire a muoversi all’interno di un luogo oramai sconosciuto e ostile.
Mano a mano che ci si inoltra nella timeline si abbandonano i toni leggeri iniziali per tuffarsi attraverso un buco spazio-temporale in un incubo ad occhi aperti, dove si rischia da un momento all’altro di essere divorati da un velociraptor o da un T-Rex. Non siamo in un parco a tema su un’isola tropicale, bensì in una città, scaraventata nuovamente nella preistoria con tutto ciò che ne consegue. La fine di Oak Street in tal senso mostra cosa sarebbe potuto accadere se le creature spielberghiane fossero malauguratamente approdate nella civiltà. In passato diversi monster-movie hanno portato sullo schermo i catastrofici effetti, ma stavolta Mitchell ci ha messo del suo per immergerci nel cuore di un’azione che si fa via via sempre più spaventosa ed efferata. Le fughe e la lotta continua per la sopravvivenza della famigliola di turno, che ha per protagonisti Anne Hathaway ed Ewan McGregor, affiancati da Maisy Stella e Christian Convery, sono ad altissimo tasso di spettacolarità e adrenalina, consegnando allo spettatore una visione davvero coinvolgente.

Francesco Del Grosso

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