Visioni Differenti: The Myth of the American Sleepover

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Sogno di una notte di fine estate

Il fomento sale, mi struggo di desiderio, darei un occhio per vedere It  Follows qui, ora, invece sono costretto ad aspettare, forse anche invano considerata la lungimiranza della distribuzione italica. Decido così di conoscere meglio David Robert Mitchell,  ben consigliato da alcuni amici social, gente giusta che capisce di cine, e mi metto a guardare The Myth of the American Sleepover, 2010, la sua opera prima pluripremiata. Lo sleepover sarebbe il pigiama party, sacralizzato negli USA per celebrare la fine delle vacanze e l’inizio di un nuovo anno scolastico: ma come, un soffuso  coming of age di adolescenti middle class in Detroit, da un regista che poi si darà all’horror? Mumble mumble…mumblecore!  Mi sembra già di sentire la puzza di indie, già prefiguro una visione minimale, piena di personaggi che si prendono troppo sul serio, o troppo poco, ammiccando  ai grandi classici del teen movie ma con il piede pigiato sull’ultraminimalismo. Mi immagino, insomma, un’opera da Sundance che guardi ad American Graffiti ed a Dazed and Confused  attraverso gli occhi di Frances Ha. Non è così, The Myth of the American Sleepover è si un film di genere, ma di genere noir, come tale vive in un arco temporale canonicamente circoscritto. tutto accade in una notte di fine estate, la suburra superchic è un posto spettrale, ville e villini popolate da adolescenti come automi in pigiama e pantofole, nemmeno un adulto nei paraggi, se c’è dorme comatoso su una sedia. Non c’è un vero e proprio protagonista, perché l’adolescenza è l’età del branco e dell’anonimato, ci sono tante monadi che vagano alla ricerca. Di una femme fatale ad esempio, altro elemento noir. O di rivelazioni e diari segreti. O della propria immagine, quindi di amore. L’alcool scorre a fiumi, l’atmosfera è etilica e pure fumosa, le bottiglie portano sbronze e messaggi, testimoni di scelte tradimenti e strade perdute, detour ai confini del sogno. Doppio sogno direi, perché uno dei dead teen walking, che poi è un ritornante perché già universitario ma col cuore spezzato, vaga in auto alla ricerca di due gemelle, due rose che non colse, le trova e – birra al seguito- inscena un gioco delle parti ai confini dell’irrealtà. In ogni casa una TV accesa su maratone horror vintage, formiche giganti giapponesi  o serial killer hammeriani che farebbero commuovere Joe Dante. E poi il fiume battesimale, luogo del rito della conoscenza e del contatto, e poi la pioggia purificatrice, e le corse in auto o in bici. Tutto mi si attacca addosso, penso e ripenso a Spring Breakers, neonoir che pure è distante anni luce da qui, ma che da qui forse origina, nella tensione ormonale che resta latente ad esempio,  nella necessità dei ragazzi di occupare spazi in assetto geometrico variabile e di muoversi sempre ma di moto inerziale. Mitchell guarda come uno di quei ragazzi, la sua regia sembra assecondare linee di sceneggiatura improvvisate e centrifughe, invece tutto converge verso l’epicentro, la galleria della pomiciata, un luogo oscuro come un antro in cui da sconosciuti si può baciare ed essere baciati. Qui, in cima agli scalini quindi sopra oltre la superficie , ecco la rivelazione maieutica, l’epifania della femme fatale, ma non basta più, occorre fare presto, ché sorge il sole e tutto svanisce, l’America sta per svegliarsi e ritrovare grancasse e majorettes e bandiere e lustrini.

Attorno a me invece tutti dormono. Allora me ne sto ancora un po’ qui, il mozzicone è ancora acceso, la vodka non è ancora finita, il mio tempo non è ancora cominciato.

Dikotomiko

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