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Aragoste a Manhattan

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VOTO: 7.5

Lascia stare, è Times Square

Estela è una ragazza ispanica, non parla inglese, arriva a Times Square, cuore pulsante della vita sociale e culturale della cosiddetta “grande mela”, New York, tra le poche piazze di un paese dove l’urbanistica non prevede proprio il concetto di piazza, di agorà, famosa per le sue insegne luminose, i suoi teatri, i suoi ristorantini. Proprio in uno di questi, The Grill, è diretta la ragazza, per prendere lavoro in cucina. Quando cerca di entrare, capisce che in realtà l’ingresso per lei è ben diverso da quello per i clienti che si accomoderanno a consumare il cibo. Per entrare nel retrobottega – ovvero in quello spazio non visto, privato, come un profilmico o un dietro le quinte, dove si trova non solo la cucina ma anche la cantina, le celle frigorifere, magazzini, uffici e spogliatoi – ci si arriva da un vicoletto squallido pieno di rifiuti, rappresentazione di tutto quanto viene occultato ma che serve a produrre i piatti, come qualsiasi altro prodotto del consumismo, che ci portano quando sediamo a un ristorante. Un’immagine che fa il paio con gli homeless, i diseredati di quel luogo scintillante che dovrebbe essere Times Square. Tutto ciò rappresenta l’inizio, quanto mai programmatico, di La cocina (Aragoste a Manhattan per l’uscita italiana), ultima opera del messicano Alonso Ruizpalacios, presentata in apertura del Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina 2025, dopo l’anteprima alla 74esima Berlinale. Il regista ci terrà per quasi tutto il tempo del film, anche considerevole, due ore e venti minuti, rinchiusi in quegli spazi antistanti la sala da pranzo, che si vedrà in realtà pochissime volte. Poche le uscite, perlopiù nei vicoletti vicini, al Central Park o nel consultorio per l’aborto della cameriera Julia. La cucina rappresenta uno spazio enorme, che sembra anche molto più grande del ristorante vero e proprio. In ciò preserva l’unità di luogo dell’impianto teatrale della piéce cui il film si ispira: The Kitchen, del 1957, di Arnold Wesker, già portata sul grande schermo nel 1961 dall’inglese James Hill. Con questo film poi il regista sviluppa un suo corto di dieci minuti, Café paraíso del 2008, sempre incentrato su nevrosi e tensioni etniche nella cucina di un ristorante.
Se l’ospedale psichiatrico di Qualcuno volò sul nido del cuculo rappresentava una grande metafora dell’America, ora un altro regista che vede il grande paese dal di fuori come Milos Forman, propone una nuova rappresentazione degli States nel microcosmo di questa grande cucina che funziona come una grande catena di montaggio gastronomica, e che rappresenta come un’enclave di America Latina in questo spazio nascosto di Times Square, il centro del centro del paese. I cuochi del film sono perlopiù immigrati irregolari, domenicani, messicani, e in quello spazio, si scivola facilmente dall’inglese allo spagnolo. Il film funziona con un continuo bilinguismo. I piatti da loro preparati vengono portati in sala da cameriere bianche, l’interfaccia per i clienti. Il gestore del ristorante, Rashid, è un arabo americano, il che rende ancora di più la dimensione di coacervo culturale di quel melting pot che è l’America. Alonso Ruizpalacios confeziona un film corale, altmaniano, su questo microcosmo che lavora nella cucina. Un ambiente asfittico, caotico, dalle tensioni crescenti che degenererà in impazzimento. Centrale è la storia d’amore tra il cuoco messicano Pedro e la cameriera ‘bianca’ Julia, che porterà a una gravidanza e a un aborto. Storia d’amore bollata ironicamente come un tentativo di avere la cittadinanza americana, secondo una pratica ben diffusa, definito ironicamente “amore della mia visa”. Pedro viene caricato di elemento distruttivo interno, che passa dal regalare dei pregiatissimi gamberi a un homeless, all’essere accusato ingiustamente di un ammanco di soldi, provocando la deflagrazione di quello spazio sociale che arriva a turbare anche l’ambiente limitrofo della sala da pranzo, il luogo della upper class. Con La cocina il cineasta messicano fornisce un ritratto impietoso dell’America tra i due mandati di Trump, dell’America dell’omicidio di George Floyd, di un paese dove si arriva a disincentivare l’aborto o comunque a farlo pagare profumatamente come ogni prestazione sanitaria.
La cocina è un film in bianco e nero che permette a Ruizpalacios di evitare qualsiasi estetismo gastronomico da cinema gourmet. Si vedono pochissimo i piatti, del resto, mentre si coglie il clima di lavoro meccanico, di soddisfazione automatica dei clienti anche nei loro bisogni di felicità, come nella scena, resa in modo triste, della celebrazione di un compleanno al tavolo. La fotografia rende i corridoi angusti, gli spazi chiusi come Le carceri di Piranesi. In alcuni esterni, nei vicoli per esempio, si ispira a famosi ritratti fotografici dell’America come quella di Margaret Bourke-White. Alcuni momenti sono sottolineati da squarci di colore, come quell’occhio di bue arancione finale su Pedro, ormai divenuto il colpevole, il responsabile di ogni male, da punire. E poi tutta l’algida situazione di erotismo in blu, tra lui e giulia, in una cella tra pezzi di carne appesa ai ganci. La cocina comincia con le immagini sbavate alla Wong Kar-wai della metropolitana, a indicare il senso di spaesamento di Estela. E il suo ingresso tra i corridoi labirintici del retrobottega è sottolineato da musiche lancinanti creando una tensione da Shining. L’eleganza formale del film è esibita anche nell’incasellare i personaggi in riquadri interni creati dai vani della cucina, oppure da quel grottesco acquario, con una Statua della Libertà in miniatura dove vengono messi i gamberi con le chele legate, che fa da sfondo a due quadretti, uno di Pedro e Julia e l’altro con la stessa donna e il figlioletto. Un grande sforzo estetico per un film ambizioso che comincia addirittura con una citazione da Thoreau: «Consideriamo il modo in cui trascorriamo le nostre vite. Il mondo è un luogo di lavoro. Che infinito trambusto! Mi sveglio quasi ogni notte per l’ansimare della locomotiva. Interrompe i miei sogni».

Giampiero Raganelli

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