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Killers of the Flower Moon

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VOTO: 8

La terra degli Osages

Alla fine Martin Scorsese rimane se stesso. Anche quando sembra, per “classicismo” della messa in scena e piacere nel divulgare il racconto, un Clint Eastwood particolarmente ispirato. Con Killers of the Flower Moon – e già il titolo evoca parecchie suggestioni – l’ottantenne autore newyorkese scava nella Storia dimenticata, rievocando un fatto di cronaca accaduto nei primi decenni del Novecento. La tribù degli Osages, nativi americani, viene confinata dal governo americano in una brulla porzione di territorio in Oklahoma. Dove però, quasi per contrappasso, si annida la ricchezza più grande: il petrolio. Gli Osages diventano ricchi. Ma la faccenda non può non attirare l’avidità dell’uomo bianco, incarnata dal possidente William Hale, plenipotenziario della zona dal doppio volto.
Dietro appunto la maschera del puro racconto cinematografico, fluviale (tre ore e mezza circa di durata) nonché carico di salti temporali e coerenti divagazioni, si cela il consueto Scorsese in versione antropologo. Il quale non risparmia assolutamente nessuno. In un lungo prologo dialogato sino al limite della prolissità allo scopo di descrivere alla perfezione un quadro storico ai più sconosciuto – e dove la storica montatrice scorsesiana Telma Schoonmaker resta in pratica a braccia conserte – si giunge presto al cuore di un’opera che, contemporaneamente, punta la propria attenzione su alcuni capisaldi del cosiddetto Mito statunitense. Tipo la terra delle opportunità e la culla della democrazia. In un colpo solo, cioè in un solo film, Scorsese disintegra queste false credenze. Come del resto aveva già fatto nei suoi capolavori di ambientazione mafiosa. La possibilità di divenire ricchi e potenti, elementi in bella vista della società capitalistica, esige un prezzo altissimo da pagare, identificato nei crimini più abietti. Mentre il melting pot, ovvero l’unione spontanea tra ceppi etnici di differente estrazione, nello specifico è dettata da mero interesse, passo decisivo verso una strage di nativi americani facente parte di un sofisticato piano che sarebbe dovuto culminare nello slittamento in direzione bianchi wasp delle concessioni sui terreni.
Come ben si evince da questo breve riassunto ci muoviamo in territori puramente scorsesiani, da senso di colpa, sia generale che personale, impossibile da espiare. Come in Kundun (1997) e Silence (2016). Con il personaggio di Ernest Burkhart (magnifico Leonardo DiCaprio in un ruolo ingrato) ad impersonare l’ago della bilancia (a)morale dell’opera. In Killers of the Flower Moon è infatti l’ambiguità a regnare sovrana, in un vero e proprio intrigo dove quasi tutti i personaggi nascondono una metà oscura pronta a palesarsi qualora capiti l’occasione. Il denaro è la stella cometa; l’omicidio, efferato e a sangue freddo, solamente una tappa per proseguire un cammino costellato di totale disprezzo verso la vita altrui.

Dalla visione di Killers of the Flower Moon si esce assieme affascinati ed esasperati. E non per la lunghezza del film. Affascinati perché Martin Scorsese, in tarda età, pare aver scoperto i ritmi lenti dello storytelling, la capacità di affabulare mediante situazioni e dialoghi spesso ammantati di sferzante ironia, pur non mancando le sequenze ad effetto girate con la solita, inimitabile, maestria. Privi di speranza poiché la rapacità è un germe insito all’essere umano, in grado diffondersi a macchia di (petr)olio non appena ci siano i presupposti. Un oro nero destinato a mescolarsi con il sangue come già accadeva nel magnifico Il petroliere di Paul Thomas Anderson, altra opera capace di scandire con chiarezza l’alfabeto di una nazione sostanzialmente scevra di qualsivoglia background intellettuale.
Non prima di aver esaltato le performance attoriali di un malefico Robert De Niro (Hale) il quale, in quanto a doppiezza, potrebbe suscitare l’invidia di molti politici italiani e soprattutto di una Lily Gladstone meravigliosa nell’incarnare purezza e resilienza dei nativi, non resta che sottolineare un epilogo che riverbera la propria sinistra luce sul presente. Accecandoci completamente. Uno spettacolo radiofonico che riassume, a distanza di molto tempo, la tragica vicenda dagli echi shakespeariani e ci fornisce dettagli sulle sorti successive dei vari personaggi. Con Martin Scorsese in persona che si prende la scena in un incisivo cameo, recitando il necrologio della protagonista e annunciandoci, tra le righe, cosa siamo diventati. O meglio come siamo sempre stati, sforzandoci di dissimulare l’autentica natura di prevaricazione.
The Show Must Go On.

Daniele De Angelis

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