Intervista ad Aude Léa Rapin

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In Bosnia alla ricerca di vite precedenti

Aude Léa Rapin è sceneggiatrice e regista, diplomata in sceneggiatura a La Fémis di Parigi. Prima di passare alla fiction ha diretto due documentari: Enclave e La météo des plages. Si è quindi spostata sulla fiction con Ton coeur au hasard e Que vive l’Empereur, quest’ultimo presentato al Locarno Film Festival. Les héros ne meurent jamais è il suo primo lungometraggio, presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2019. Abbiamo incontrato Aude Léa Rapin in questa occasione.

D: Les Héros ne meurent jamais ha un curioso stile, potremmo definirlo una via di mezzo tra un mockumentary e un making of, come quelli degli extra di dvd e blu-ray. Perché hai voluto realizzarlo in questo modo?
Aude Léa Rapin: Volevo che fosse cosi, che sembrasse una storia, una storia che viene raccontata. E fintanto che è la storia di persone che fanno il film, dovrebbe sembrare come il loro film, non il mio. È per questo che l’ho realizzato cosi. Posso dirti che sulla carta era sembrata un’ottima idea, ma in realtà è stato un po’ un caos perché dovevamo ogni volta stare attenti a non trasformarlo completamente in fiction. Ma volevo provare a realizzarlo così, a creare una fiction che sembrasse un documentario che si sarebbe potuto tranquillamente girare senza di me, come se non esistessi. È per questo che è strano; io ci sono, ma tento di essere più invisibile possibile.

D: La sospensione dell’incredulità funziona, e si è portati a credere, fino alla fine, che sia tutto vero, pur non credendo nella reincarnazione. Perché mantenere questo livello di ambiguità?
A.L.R.: Si, è molto da me, com’è reso nel film. Del tipo: «Io ci credo nella reincarnazione?”», non lo so ma credo che sia un’idea che rende la vita, e il tuo tempo a disposizione, più sereni. Se ogni giorno pensassi di dover morire, che sarà la fine e non c’è niente che tu possa fare, sarebbe come impazzire. E la reincarnazione, anche se non ci credi, a pensarci sarebbe fantastico se esistesse. Lo adorerei per me stessa ma anche per le persone che amo. E la storia segue tutto questo, ovvero noi non sappiamo se lei crede nella reincarnazione ma anche se non capisce i comportamenti di Joachim, deve per forza credere in questo, e grazie all’amicizia, all’amore, decide di aiutarlo affidandosi a queste convinzioni.

D: Perché hai voluto, in questo modo, trattare un tema doloroso come quello della dissoluzione della ex-Jugoslavia e le lotte etniche, fratricide che sono avvenute?
A.L.R.: Ci sono diverse ragioni personali, e penso ci siano anche motivazioni politiche e ideologiche. Le mie ragioni, come persona, riguardano quella che è stata la mia vita. Sono andata a Sarajevo la prima volta quando avevo diciotto anni, volevo andarci e vederla con i miei occhi dopo aver visto la città in TV quando ero bambina: quando scoppiò la guerra avevo circa sei o sette anni. E anche da bambina seguivo gli eventi, ogni giorno guardavo i notiziari e volevo sapere cosa stesse accadendo. Non capivo niente, ma era come se per la prima volta prendessi coscienza che nel mondo c’era la guerra. Quando ho compiuto diciott’anni volevo assolutamente vedere Sarajevo. Ci sono andata pensando che sarei stata li per una settimana o due, ma alla fine ci sono rimasta per dieci anni. E in qualche modo sono ancora qui a osservare le vicende politiche. Penso ad esempio alla precedente Iugoslavia e a ciò che è successo durante la guerra. Prima di tutto metà della popolazione è musulmana, e moltissime persone non lo sanno in Europa occidentale. Pensiamo che i musulmani ci siano solo in Africa del Nord o in Turchia, ma sono anche in un paese in mezzo all’Europa, con cui tra l’altro voi italiani condividete un confine. Oltretutto abbiamo permesso che si sviluppasse una guerra in questo paese senza fare assolutamente nulla per cinque anni, anche se ci eravamo ripromessi di non avere mai più guerre in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Come seconda cosa, questa fu una guerra con cambiamenti rispetto a quelle passate. Se nelle due guerre mondiali, in Vietnam, in Algeria, si combatteva esercito contro esercito, qui, nella vecchia Iugoslavia la guerra era tra l’esercito e i civili, dalla Croazia fino al Kosovo. E penso che questo sia indicativo anche per noi: una guerra in Italia o in Francia non partirebbe dall’esterno, scoppierebbe dall’interno. È qualcosa a cui penso, considerando l’atmosfera che stiamo vivendo tutti in Europa in questo momento. L’Europa ha un ideale molto vicino a quello dell’ex-Jugoslavia, le sue nazioni collaborano per motivi culturali ed economici ma vediamo che più restiamo uniti, più il nazionalismo cresce in tutte le nazioni, ed è esattamente ciò che è successo in Jugoslavia vent’anni fa di fronte ai nostri occhi. Sono molto preoccupata per questo, ed è stato anche il motivo per cui ho voluto andare ed esplorare questo territorio.

D: Nel film hai voluto mostrare entrambe le parti del conflitto. Quando i personaggi arrivano al bar gestito da dei serbi, come loro orgogliosamente rivendicano, si vedono i ritratti alla parete del generale Mladić, e poi vediamo la cerimonia di sepoltura delle vittime identificate a Srebrenica nelle fosse comuni.
A.L.R.: Il film si svolge nel raggio di dieci chilometri, a Srebrenica, tre chilometri più in là c’è Bratunac. Quindi una città serba che ha davanti alla porta di casa una città musulmana. Le persone vivono tuttora insieme, addirittura senza parlarsi in certi luoghi, sono molto divisi, perseguitati dai fantasmi della guerra. Tuttavia, parlano la stessa lingua e tutto il resto. E si, tre chilometri più in là Mladic è un eroe e tre metri dall’altra parte è visto come un criminale. Non c’è fine alla guerra. Questo è ciò che intendo.

D: Nonostante la tua lunga esperienza di vita in quei luoghi, non hai voluto prendere posizione quindi?
A.L.R.: Se lo avessi fatto, sarebbe stato un mio film, non il loro. E non penso ci sia bisogno di dirlo, perché lo sappiamo già. Cò che per me era più palese è che non è normale che venticinque anni dopo la guerra la gente stia ancora seppellendo i morti. Non è assolutamente normale come le donne vivono in questo paese: hanno perso tutto perché quando arrivarono i serbi uccisero tutti gli uomini e i giovani, lasciando tutte queste donne da sole e il film lo mostra. Se avessi voluto fare un film storico avrei fatto un documentario, ma ero più dell’idea che la fiction potesse riparare le cose. Ad esempio, nel film c’è una frase, quando lei traduce qualcosa a Joachim: «Cos’hai detto alla signora anziana?» e lei dice «È bello raccontarsi delle storie». Questa è l’unica cosa che ci è rimasta, quando tutto sta crollando, raccontare delle storie a te stesso e agli altri è molto meglio rispetto alla verità. E con questo ritornerei alla tua prima domanda, quando mi hai chiesto della struttura del film. È come quando sei un bambino e pensi al Natale come se fosse chissà quale avvenimento e ti immagini che possa accadere di tutto. Ma poi il Natale arriva e a volte pensi «Oh, okay, è qui», ogni tanto capita. Considerando questo rispetto al film, loro volevano un’avventura, sono andati alla ricerca dell’avventura ma non è successo nulla, loro vanno li ma si tratta della vita reale. Come quando non trovano la tomba, ogni volta che bussano a una porta è come se ci fosse una guerra ad attenderli. Quindi, l’unico modo di creare una storia, di continuare a rendere viva la finzione, è creartene di tue. Può sembrare strano, un modo strano di girare un film; non è un metodo preciso, questa probabilmente sarà l’unica volta che ho lavorato così, dopodiché mi concentrerò a scrivere storie reali.

D: Tornando alla reincarnazione e all’assenza di uomini, perché sterminati durante la guerra, si trattava di un modo per mostrare la presenza di fantasmi che incombono su quei territori ancora carichi di un senso di morte?
A.L.R.: Tutto il percorso riguarda la reincarnazione. Ad esempio, non ci sarebbe stato il film se Zoran si fosse reincarnato in un albero. Ti dovresti reincarnare in qualcos’altro e io ho scelto di far reincarnare qualcuno dell’ex-Iugoslavia. Perché in questo modo potevo andare nella nuova Iugoslavia, la Bosnia-Erzegovina, per creare la storia, per raccontare di più della semplice reincarnazione di Joachim. Ed è per questo che ho pensato che fosse un ottimo background. Avrebbe potuto essere una commedia: la reincarnazione di non so, Marlon Brando, o quella di Dracula. Ma chi ci avrebbe creduto? Invece lui è anonimo come ogni soldato, tutti sono anonimi. Questo è l’unico mio intervento nella storia, qualcosa che sentivo di dover fare, il resto è venuto da sé.

D: L’ultimo momento, l’incontro con l’anziana madre è molto toccante e ancora siamo portati a crederci, a pensare che sia autentico. Come hai lavorato per renderlo così credibile?
A.L.R.: L’abbiamo riscritto in sceneggiatura, è l’unica scena che è stata riscritta perché l’attrice non parlava né francese né inglese, parlava solo serbo-croato e Jonathan invece no. Pertanto, non ho potuto improvvisare come per tutto il resto del film. L’attrice però mi ha aiutato in questo, perché è del posto e ha perso il proprio marito. E quando le ho raccontato il copione, lei è cieca, veramente cieca, mi ha detto «Non devo recitare, perché so cosa si prova. Ho perso la persona che ho amato per tantissimi anni e sarebbe bellissimo per me se bussasse alla mia porta in un’altra vita, potendo riconoscerlo solamente dalle sensazioni, che io ci credessi o no, perché ho perso i miei occhi». Quando mi ha detto questo ho subito pensato «È lei, lavorerò con lei». È stato davvero commovente perché non ci poteva vedere, non mi ha mai visto, ha solo sentito la mia voce, e la stessa cosa per gli altri, e non vedrà mai il film. Ed è per questo che questa scena era speciale. Quando non hai più la vista, puoi credere a qualsiasi cosa e io penso che si sia detta in cuor suo che quello fosse davvero suo marito, che le piacesse pensare che Jonathan Couzinié fosse davvero la reincarnazione di suo marito, morto nel 1982, quindi circa nello stesso momento della sua nascita.

Giampiero Raganelli

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