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Intervista a Maciek Hamela

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Più reale del vero

Produttore cinematografico e radiofonico, regista, sceneggiatore. Nato a Varsavia, Maciek Hamela ha studiato in Francia e si è diplomato in regia cinematografica presso l’EICAR (École Internationale de Création Audiovisuelle et de Réalisation). È un collaboratore di lunga data di BBC Channel, nonché co-creatore e produttore del cortometraggio documentario Bless You, per il quale ha ricevuto un Doc Alliance Award. Ha prodotto molti documentari pluripremiati come Convictions (MDR Film Prize per il miglior documentario dell’Europa orientale al Dok Leipzig IFF 2016). Il suo coinvolgimento nel Maidan del 2014 e in generale nella situazione ucraina, lo ha portato a organizzare un servizio di trasporto, mettendosi lui stesso alla guida, per agevolare la fuga della popolazione civile in Polonia. Da lì è nato il documentario In the Rearview, presentato all’Acid di Cannes 2023. Abbiamo incontrato Maciek Hamela in questa occasione.

D: Come hai lavorato al montaggio di In the Rearview? Immagino che avrai avuto molte ore di girato. Quindi quali criteri ti hanno guidato per scegliere cosa far vedere, quali personaggi?
Maciek Hamela: Abbiamo lasciato fuori molte storie che avevamo, tagliato molte cose dal film per rientrare nella lunghezza decisa. Ogni storia durava 30-40 minuti, e dovevamo fare un film, non una serie. La scelta che abbiamo fatto è stata quella di selezionare storie che fossero facilmente riconoscibili a un pubblico dell’Europa dell’Est. Storie dove ci fossero briciole di vita quotidiana che sono state alterate dalla guerra. Questi dettagli di vita quotidiana erano importanti perché si tratta di qualcosa che conosciamo molto bene dalla nostra quotidianità. Quindi abbiamo cercato storie che fossero rappresentative di ciò. Senza essere ripetitivi. Nel processo di montaggio abbiamo cercato di dare un crescendo costante. Con il dramma che si rivela gradualmente nel termine delle distruzioni che vediamo fuori. Ma anche nei termini di come e quanto drastiche fossero le storie quando ci si avvicina all’orrore finale, ovvero la morte. Era davvero difficile fare una cosa lineare perché devi tener conto del ritmo e delle emozioni. Abbiamo deciso di non suddividere il film in capitoli. Il film ti afferra per la gola, poi ti rilascia lentamente per poi azzannarti di nuovo. Il che aiuta lo spettatore ad assistere a tutte queste storie come se fosse un unico viaggio, un’unica grande storia. Raccontata come una storia umana infinita, dove tutto si connette. E la grande scelta è stata quella di trattare le diverse stagioni, in cui stavamo girando, senza attenersi a una cronologia. Abbiamo storie d’estate che precedono quelle d’inverno. Era importante perché non è un film storico.

D: Tra le persone trasportate c’è anche una ragazza di colore. Mi pare che il campionario che emerge sia variegate, con rappresentanti di diverse classi sociali. Come a dire che di fronte alla guerra siamo tutti uguali?
Maciek Hamela: L’Ucraina è un paese che contiene molte più etnie di quanto immaginiamo. È una destinazione molto popolare per gli studenti africani. Le università di Kiev e Charkiv sono frequentate da molti ragazzi dall’Africa ma anche dall’Asia. Noi non stavamo cercando questi personaggi. Questa è tutta gente evacuata, e sono tutti venuti da me per caso, nella mia vettura. Nel caso di questa ragazza, sono stato contattato dai volontari di un’organizzazione polacca che mi hanno detto di accompagnarla. Non sapevo che fosse ferita quando arrivai. In genere non sapevo molto di chi stessi accompagnando. Questo in effetti dimostra che i profughi non sono solo ucraini in questa guerra. Era importante includere questa storia proprio per l’aspetto democratico del film. Prelevavamo gente da tutta la società. Per questo avevamo installato la camera in quel modo, con una visuale ampia, per vedere tutti. Tutti potevano parlare, sia che fossero dietro o davanti, erano tutti in camera. Come fossero in una lente d’ingrandimento. Da un punto di vista più generale, cercavamo di includere persone di diversa provenienza. Questo non sempre però era possibile perché noi avevamo a che fare con persone che volevano essere evacuate, che non avevano abbastanza soldi per pagare un trasporto o per possedere loro stessi una vettura. Così non posso dire che il film sia rappresentativo di tutta la società ucraina ma solo di una sua parte, quella più impoverita, quella delle persone bisognose. Il film ha una struttura molto fragile. E se hai un film con così tanti personaggi, dove vedi una persona per tre minuti, un’altra per cinque, è molto difficile far tenere l’attenzione dello spettatore su ogni storia, su ogni personaggio. Si passa dall’uno all’altro. Io avevo una posizione privilegiata in quanto elemento che metteva in connessione ogni storia. Se mi fossi dato più visibilità, avrei messo in ombra ogni storia umana. E von volevo che succedesse.

Giampiero Raganelli

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