Home In sala Uscite della settimana Insidious: Fuori dall’Altrove

Insidious: Fuori dall’Altrove

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VOTO: 6

Non riaprite quella porta (rossa)

Nella torrida estate del 2026 è ancora una volta l’horror a provare ad offrire, in combinazione con l’aria condizionata delle sale cinematografiche, un po’ di refrigerio con quei brividi che ogni pellicola appartenente al suddetto genere dovrebbe fare scivolare lungo la schiena dello spettatore di turno. Ed è quello che ha tentato di fare Jacob Chase con Insidious: Fuori dall’Altrove, nuovo capitolo della saga campione di incassi (oltre 740 milioni di dollari in tutto il mondo) creata da James Wan e Leigh Whannell, iniziata con il film omonimo del 2010, in uscita il 19 agosto con Eagle Pictures.
Dopo una serie di sequel e prequel altalenanti in termini di introiti al box-office e di gradimento del pubblico, invece di congedarsi e scrivere la parola fine, il noto franchise tenta un disperato rilancio per capire se valga la pena o no proseguire il suo cammino sul grande schermo. Il tentativo a nostro avviso qualche flebile segnale positivo e di speranza lo ha fornito, soprattutto sul piano della confezione, con una regia e una messa in quadro che ritmicamente e dal punto di vista della costruzione della tensione regalano al prodotto finale un livello sufficiente di intrattenimento e coinvolgimento. Sarebbe servito qualcosa in più per quanto concerne la componente narrativa e drammaturgica, ma al momento quanto proposto da Insidious: Fuori dall’Altrove potrebbe bastare a garantire la sopravvivenza alla saga. Staremo a vedere cosa deciderà la Sony Pictures in merito. Nel frattempo il quarantenne cineasta californiano ha raccolto il testimone dai predecessori dopo aver diretto una dozzina di cortometraggi e firmato nel 2020 Come Play, un horror incentrato su un mostro che si manifesta attraverso smartphone e tablet. Il fatto di non avere avuto pregressi è servito probabilmente a maturare quel giusto distacco utile ad analizzare l’attuale situazione di stallo in cui versava il franchise, dando alla saga un punto nuovo dal quale al contempo trovare continuità e ripartire, senza necessariamente doversi giocare l’ormai tradizionale carta del reboot.
Insidious: Fuori dall’Altrove è infatti il sequel diretto di La porta rossa (2023), ma segna anche il primo vero tentativo di abbandonare la storyline della famiglia Lambert dai tempi di Insidious 3 – L’inizio (2015). Il capitolo precedente vedeva il cast originale dei primi due film tornare per raccontare l’ultima (dis)avventura paranormale dei Lambert, che nel sesto atto lascia definitivamente la scena (o almeno è quanto è stato dichiarato, ma non ci mettiamo la mano sul fuoco che non ci possa essere un futuro ritorno in versione cross-over) a Gemma, una giovane madre che cresce la figlia nella casa in cui è nata e che scopre di poter viaggiare nell’Altrove, il regno-purgatorio delle anime perdute al centro della saga. Quando un’entità malvagia inizia a darle la caccia, la donna scopre un’abilità che cambia ogni cosa: non si limita solo a entrare nell’Altrove ma può portare ciò che vive lì nel mondo reale. Una volta che i demoni comprendono il suo potere, il nostro mondo diventa il loro terreno di gioco. Ad aiutarla a non soccombere dall’altra parte c’è Elise Rainier, l’iconico personaggio della medium che funge da anello di congiunzione con l’universo di Insidious. A vestirne i panni ritroviamo la sempre convincente Lin Shaye, che affianca l’altrettanto efficace new entry Amelia Eve in quelli di Gemma in tutte le scorribande ultraterrene. Dopo la sua morte, Elise ha infatti continuato a comparire come spirito e guida, dimostrando che nell’Altrove il tempo e la separazione tra vivi e morti non funzionano in modo lineare. Il film usa quindi un personaggio familiare per traghettare il pubblico dentro una nuova storia, senza riaprire direttamente il percorso dei Lambert. Un escamotage, questo, che di certo non è inedito, ma nel caso di Insidious: Fuori dall’Altrove serve a fare da ponte tra ciò che è stato e ciò che è e sarà.
Eretta l’impalcatura basica di un racconto che percorre strade altre pur seguendo le linee guida della matrice, Chase per approccio sembra strizzare più l’occhio a Poltergeist in modo da non replicare ulteriormente l’estetica grezza e claustrofobica che ha caratterizzato i capitoli precedenti. Qui si prova a penetrare e ad andare più a fondo nei traumi del personaggio principale, dando ad essi la centralità e trasformandoli nel motore narrativo del plot. Lo conferma la protagonista quando durante uno dei dialoghi che anticipano il tour de force finale afferma: «non è la casa ad essere infestata, sono io ad essere infestata». Parole che spostano di fatto il baricentro, stabilendo quelle che sono le reali regole d’ingaggio di questo sesto capitolo, nel quale il jump-scare (vedi la scena del fortino di cuscini che si tramuta in un labirinto) e il tradizionale lavoro sul suono producono le immancabili scariche elettriche della visione orrorifica.

Francesco Del Grosso

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