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Ritorno a Buenos Aires

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VOTO: 9

Garage Olimpo: impossibile dimenticare

Tra tante opere di denuncia che, pur lodevoli, non hanno la forza di slanciarsi e staccarsi dal tema in questione per suggerire, anche attraverso la forma, l’importanza degli episodi narrati, il cinema di Marco Bechis si è sempre distinto poiché in possesso proprio di questo dono. Notevole ispirazione registica, quindi, al servizio di pagine di Storia che sarebbe delittuoso ignorare. Il dramma dei “desaparecidos” e la crudeltà della dittatura militare argentina erano difatti già saliti in primo piano tramite Garage Olimpo, emotivamente devastante per chiunque, e nel solo apparentemente più “etereo” Hijos, lungometraggio troppo spesso sottostimato e foriero invece di lacerazioni dello spirito profonde e insanabili.
Con Ritorno a Buenos Aires il cerchio si chiude. O forse no. Perché così come Rithy Panh periodicamente avverte la necessità di tornare sugli orrori del genocidio cambogiano, da lui sperimentati in prima persona, in modo analogo Marco Bechis è ormai avvezzo a portare la croce della tragedia che ebbe luogo negli anni ’70 in Argentina, tragedia di cui per giunta riesce a cogliere ogni volta sfumature diverse. Tutto questo “per non dimenticare”, ammesso che ciò sia possibile. Ma anche per trasformare il mezzo cinematografico in strumento di autoanalisi, dal valore sia personale che collettivo, che consenta di rielaborare quelle memorie agghiaccianti e, seppur con enorme difficoltà, conviverci.

Col sublime quantunque terrificante Ritorno a Buenos Aires si assiste poi a un piccolo miracolo. L’impronta materica più densa, sporca, cupa e sanguinolenta di Garage Olimpo si sposa infatti alla perfezione, qui, con le ferite dello spirito, con le rimozioni, col peso degli anni trascorsi dai sequestri, dalle torture e dalle barbare uccisioni; tutto ciò, insomma, che era stato indagato abilmente e con rara sensibilità in Hijos.
Sebbene poi il legame più stretto, quantomeno a livello diegetico, sia proprio col famigerato luogo di detenzione e abusi psicofisici al centro di quella che resta la sua pellicola più nota, Garage Olimpo; cioè con l’articolato, complesso rapporto tra aguzzini e vittime balzato ora nuovamente in primo piano, stavolta però non “in presa diretta”, ma attraverso il ricordo doloroso e a tratti allucinato delle sevizie, portato in un’aula giudiziaria dai protagonisti. Sono quindi i grandi processi contro i torturatori e gli assassini delle forze armate argentine a tenere banco. Ma non si può parlare neanche di un semplice “legal movie”, per quanto le scene girate in tribunale possiedano una loro indiscutibile forza. E nemmeno di un thriller politico vero e proprio, nonostante abbia un ragguardevole peso specifico la detection relativa a un sinistro dottore, dall’identità incerta, riuscito fino all’ultimo a non finire sotto inchiesta assieme agli altri carcerieri.
La forma adottata da Bechis, straniante e tagliente, sublima infatti l’incandescente materia trattata, lasciando che alla fisicità ben riconoscibile dei luoghi si sovrapponga, di continuo, l’urlo soffocato nella mente dei protagonisti, che quando finalmente esce fuori trascende la realtà abbattendo anche il muro delle diverse epoche trattate. E viene così a strutturarsi un’originale struttura a incastri, in cui i flashback sono così vividi da contaminare anche la dimensione presente.

Possibile caso di “sincronicità junghiana”, quel Ritorno a Buenos Aires presentato in concorso all’83esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia viene distribuito in sala adesso, a poche settimane cioè da due lungometraggi inerenti invece a una tragedia con molteplici punti in comune, a partire dall’area geografica, il golpe del 1973 in Cile: un film memorabile come L’Hangar Rosso e un altro dal passo più incerto, ma comunque interessante e sentito, come Il Cileno. Proprio con quest’ultimo Ritorno a Buenos Aires ha un ulteriore tratto in comune: l’essere ambientato almeno parzialmente in una Torino cupa, plumbea, quasi il naturale approdo di anime tanto devastate. Qui in Piemonte il protagonista della tesa opera cinematografica di Marco Bechis, un sopravvissuto alla detenzione presso il temuto Garage Olimpo, macchiato dal sospetto d’aver collaborato per necessità coi propri aguzzini determinando la sorte terribile di alcuni Compagni, sin dalle prime battute ci appare per certi versi fragile e per altri aspetti persino respingente. Come quando arriva quasi a bullizzare un gruppetto di ragazzetti italiani cui aveva chiesto banalmente una sigaretta. Ma questa sua ambiguità di fondo non è certo fine a se stessa. Sarà anzi funzionale, nel segmento argentino, all’emergere di una personalità scissa, carica delle sofferenze subite per mano dei militari ma incline anche ai sensi di colpa, fino a concepire come impossibile una riconciliazione col proprio passato. Tra parentesi, in un cast dove nessuna presenza è fuori posto, grandiosa nei suoi panni la performance di Adriano Giannini. Forse la sua migliore di sempre. Tornando al personaggio, sia lui che gli altri si aggirano per Buenos Aires come spettri, laddove la dimensione spaziale del film è quasi un protagonista aggiunto. Molto sapientemente, come gli abbiamo visto fare altre volte e qui con una consapevolezza addirittura maggiore, Marco Bechis alterna suggestioni claustrofobiche, relative ai luoghi di detenzione ridotti oggi a memoriale o alle stesse aule del palazzo di giustizia, ad un senso di agorafobia diffusa, di minaccia incombente. Del resto le piazze e i viali della capitale argentina dove si ritrovano a passeggiare, con aria circospetta, i sopravvissuti divenuti testimoni del barbaro eccidio, sono gli stessi in cui qualche anno prima loro e gli amici poi crudelmente trucidati potevano essere rapiti, da militari in borghese, in qualsiasi momento della giornata. Ad accrescere il tono inquieto e disturbante del lungometraggio è poi la colonna sonora, stridente, ansiogena, assolutamente in sintonia col carattere delle immagini ivi proposte.

Stefano Coccia

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