Prendiamo esempio dal dente di leone
Nowhere to Lay My Eyes (Nun Dul Dega Eomne), selezionato per il Concorso Internazionale alla 79esima edizione del Locarno Film Festival, è il secondo film realizzato nel 2026 da Hong Sang-soo dopo The Day She Returns, presentato invece fuori concorso alla 76esima Berlinale. Per l’occasione il regista coreano torna a farsi ispirare dalla sua musa e compagna di vita Kim Minhee (da molti conosciuta come l’attrice di The Handmaiden), con la quale ha stretto un prolifico sodalizio proprio a partire dal loro Pardo d’Oro del 2015, Right Now, Wrong Then.
Kim interpreta Sanghee, una regista di cortometraggi sperimentali che vengono caricati senza troppe cerimonie su YouTube. La sua produzione artistica è libera dalla necessità di trovare un senso in quello che cattura la sua attenzione, e solo successivamente registra a voce sopra le immagini le sensazioni che scaturiscono in lei dalla loro visione. È quindi facile individuare l’elemento autobiografico, essendo Hong Sang-soo nel pieno di una fase della sua carriera in cui è dedito a rigettare qualsiasi forma di sovrastruttura imposta dalle aspettative che circondano il cinema: la sceneggiatura rigorosamente scritta la mattina stessa delle riprese, la fotografia dalla bassa risoluzione e produzioni che raramente riempiono un’intera settimana. Non si tratta di mancanza di attrezzatura, dopotutto al giorno d’oggi basterebbe un semplice telefono per conquistare l’alta definizione, ma di rispecchiare la sua critica a un mondo che nello sforzarsi di ricercare dettagli perde di vista l’essenziale. Tralasciando lo sforzo intensivo richiesto agli attori per la memorizzazione lampo dei dialoghi, questo approccio registico “alla giornata” ben si sposa con i temi che affiorano da Nowhere to Lay My Eyes, la cui poetica è indissolubile dallo sguardo di Sanghee.
Il film inizia una ventosa giornata di primavera. Sanghee e il fratello si recano a trovare la madre sull’isola di Jeju, luogo dove la donna si è trasferita dopo il divorzio e dove ora gestisce una pensione e un ristorante di successo. Sono passati 10 anni dall’ultima volta che Sanghee ha visto la madre, ed è inoltre la prima occasione che ha di incontrare il suo nuovo marito. Scopriamo che il patrigno è un documentarista il cui approccio osservativo e non giudicante incontra l’approvazione di Sanghee. Stando al racconto dei suoi ultimi progetti, sembra infatti privo della tipica saccenza che contraddistingue la maggior parte dei documentari contemporanei. Tutti pensano di parlare tramite fatti obiettivi, di professare una verità fittizia che aspetta solo di venire contraddetta dalla fazione opposta, magari proprio tramite altri documentari. Per questo motivo Sanghee preferisce la finzione: “Dicono che con i miei film li imbroglio, ma almeno non sono io a venire presa in giro”. Se Hong Sang-soo è sempre stato cauto ad addentrarsi in territori politici, con la scusa di questa interazione tra Sanghee e il patrigno si concede di far trapelare la sua esasperazione per l’ipocrisia che circonda il conflitto israelo-palestinese. Sanghee incontra anche la figlia del patrigno, l’aspirante pittrice verso cui nutre sentimenti contrastanti. Da un lato l’interesse della figlia per i suoi cortometraggi la lusinga, dall’altro non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione che sia strano come, negli ultimi anni, sua madre si sia presa più cura di una ragazza che non è la propria figlia.
Al centro di Nowhere to Lay My Eyes c’è un tangibile conflitto madre-figlia destinato a restare inespresso. Troppo tempo è passato perché non si cada vittima di esasperati convenevoli, e forse quello che si scopre delle persone che pensavamo di conoscere non è necessariamente più significativo di ciò che ci sfugge di loro. La stessa idea sembra riflettersi nella ricerca artistica di Sanghee, che osserva, registra e lascia che siano le immagini a suggerire qualcosa.
La mattina della partenza, mentre Kim è a fare una passeggiata, gli altri membri della famiglia guardano uno dei suoi film: “Small Flower”, così si intitola il cortometraggio, racconta di un fiore sul ciglio della strada da cui Kim dice di aver imparato tre lezioni fondamentali, ma è anche l’elemento che testimonia l’ultimo film di Hong Sang-soo come un prodotto fortemente metacinematografico. Un video dello stesso titolo è stato, infatti, caricato un anno fa dallo stesso regista sulla medesima piattaforma, e rappresenta con ogni probabilità la scintilla di ispirazione per Nowhere to Lay My Eyes. Su questa base, individuare un preciso binario narrativo all’interno di un progetto nato dalla purezza di un soffione sarebbe concettualmente scorretto, poiché per Hong Sang-soo, come per la Sanghee che gli fa da alter ego, conoscere i segreti del mondo è secondario rispetto all’atto di vivere in modo da essere pronti a coglierli. Dopotutto “Eternità” è soltanto un vocabolo, come dice a un certo punto il film, e per questo Nowhere to Lay My Eyes preferisce mostrarci qualcosa che non ha bisogno di essere eterno per apparirci importante. In tempi che richiedono tenacia il cinema di Hong Sang-soo suggerisce, quasi banalmente, di prendere esempio da un piccolo dente di leone. Solo che di banale non c’è proprio nulla: quel piccolo fiorellino che ogni giorno cresce nonostante le folate di vento, adattandosi silenziosamente a qualsiasi condizione, è forse la chiave dell’esistenza che è sempre stata sotto ai nostri occhi. Una caparbietà quasi viziosa di cui Hong, a giudicare dall’evoluzione del suo cinema, si è accorto ormai da tempo, e che grazie al corto di Sanghee abbiamo occasione di comprendere brevemente anche noi, prima di proseguire noncuranti con le nostre frenetiche vite.
Alessio Vinciguerra









