In Times of Fading Light

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Un compleanno indimenticabile

Sono trascorsi poco più di due mesi dalla scomparsa di Bruno Ganz, ma già se ne sente una grandissima mancanza, perché con la sua morte si è spento oltre che un grande uomo anche uno straordinario artista. Ed è a entrambi che la decima edizione del Bif&st ha deciso di rendere un piccolo e sentito omaggio con la proiezione di una delle sue ultime apparizioni sul grande schermo. Si tratta di In Times of Fading Light, la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Eugen Ruge firmata da Matti Geschonneck nel 2017, che vede il compianto attore svizzero vestire i panni di Wilhelm Powileit, un ex combattente della resistenza e stalinista convinto prossimo ai 90 anni. Per il compleanno, la moglie vuole organizzare una grande festa con tutta la famiglia e numerosi ospiti. All’evento però manca una sola persona: il nipote Sasha, di cui non si hanno notizie da qualche giorno. Nessuno sa che Sasha è nella parte Ovest della città, dove si sta preparando un evento che cambierà le vite di tutti quanti.
Geograficamente e cronologicamente siamo nella Berlino Est del 1989, quindi è piuttosto facile intuire di quale evento alle porte si stia parlando (e a tal proposito la mente tornerà per analogie a Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker), ma comunque lasciamo alla visione della pellicola in questione il compito di mostrarne gli effetti più o meno devastanti sui personaggi di turno, in particolare sul protagonista. Inutile dire che Ganz rappresenta, all’interno di un impianto corale, il baricentro su e intorno al quale ruota il plot e le tragicomiche dinamiche di una pellicola che mescola senza soluzione di continuità dramma storico e humour al vetriolo, del quale la figura di Wilhelm si fa incarnazione e verbo.
Con In Times of Fading Light, Ganz ha aggiunto un’altra indimenticabile performance alla sua personalissima e pregiata galleria di personaggi, che sfogliata oggi a poca distanza dalla sua dipartita aumenta ancora di più il dispiacere per la perdita di un attore che avrebbe potuto regalare al pubblico ancora tanto. E, infatti, i lavori che lo hanno visto impegnato successivamente all’opera terza del cineasta tedesco, tra cui Fortuna, La casa di Jack e The Witness, ne sono la dimostrazione tangibile. Le scene che lo chiamano in causa in questo film, presentato tre anni fa alla 67esima Berlinale, alzano e non di poco il peso specifico del lavora davanti la macchina da presa. Letteralmente e con la complicità di Geschonneck, quest’ultimo più a suo agio sul piccolo che sul grande schermo (suoi infatti moltissimi tv-movie di successo made in Germania, Ganz prende per mano la pellicola per condurla sana e salva in porto, dopo che questa ha navigato in acque mosse a causa di qualche flessione qua e là nella scrittura, evidente soprattutto nella parte centrale. Il risultato è un one man show che esalta ancora una volta, anche se non ce n’era bisogno, l’inconfondibile tocco dell’interprete svizzero. A beneficiarne è in primis la pellicola nel suo complesso, che a conti fatti racconta dinamiche narrative e delinea sullo schermo le traiettorie di one-lines già viste ed ampiamente esplorate dalla Settima Arte, a cominciare dai conflitti familiari che si aprono alle vicissitudini collettive. Il Powileit interpretato da Ganz è dunque l’anello di congiunzione tra le due sfere, un uomo dalla lingua biforcuta e affilata come una sciabola che ha deciso di non rinunciare alle proprie convinzioni, anche se tutto e tutti intorno a lui sono decisi a prendere una direzione opposta e contraria alla sua. E proprio questa distanza dialettica ed ideologica tra le due parti in campo darà origine a incontri/scontri a volte amari e a volte divertenti.

Francesco Del Grosso

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