Il contagio

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7.0 Awesome
  • voto 7

I mille volti di Roma

Roma e i suoi mille volti. Una Roma che non ci si stanca mai di vivere, di amare, di raccontare. Una Roma che, nel corso dei decenni, è stata spesso teatro di importanti pellicole. Fino al giorno d’oggi, in cui ormai non si contano più i lungometraggi che vogliono mostrarci, di volta in volta, tutti i possibili aspetti e le possibili realtà della città eterna. Da un punto di vista prettamente cinematografico, però, non tutti i prodotti in questione sono risultati essere realmente degni di nota. Eppure, talvolta, i miracoli accadono ancora. Era il 2010 e, nella storica cornice del Lido di Venezia, ecco arrivare in sala quello che molti hanno subito definito come un piccolo capolavoro: stiamo parlando di Et in terra pax, opera prima dei giovani cineasti romani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, in cui uno sguardo sì giovane, ma anche incredibilmente maturo, ci raccontava la dura vita nella periferia romana. Ed ecco che, ben sette anni più tardi, alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – sezione Giornate degli Autori – ci viene presentato il loro secondo lungometraggio, Il contagio, anch’esso ambientato a Roma, anch’esso che vuol mostrarci uno spaccato di società apparentemente dimenticato dal mondo.
Ci troviamo in via Vermeer, in una palazzina di borgata. Marcello, Chiara, Mauro, Simona ed il professor Walter – che ha il compito di raccontarci attraverso i suoi scritti la realtà che lo circonda, con il suo fare quasi pasoliniano – sono alle prese con i numerosi problemi della quotidianità e desiderosi di cambiare vita una volta per tutte. Al punto di farsi coinvolgere pericolosamente dalla malavita locale.
Nulla di apparentemente nuovo, vero? Eppure, analogamente a Et in terra pax – anche se forse con meno mordente – questo lungometraggio di Botrugno e Coluccini, per lo sguardo intimista ma mai invasivo, per la spiccata capacità di raccontare la realtà evitando ogni retorica o cliché, per l’eccezionale maturità stilistica, unita ad un senso estetico che non scade mai in inutili virtuosismi registici, Il contagio riesce a classificarsi come un prodotto particolarmente interessante all’interno del panorama cinematografico italiano contemporaneo.
Il ritratto della periferia che ne viene fuori è sì crudo e doloroso, ma anche estremamente suggestivo e – strano ma vero! – incredibilmente tenero, se si osserva da lontano i personaggi come parte di un enorme dipinto. Ed è proprio alla stregua di un dipinto raffigurante i vari gironi danteschi che ci viene presentata, nei primi minuti, la palazzina di via Vermeer. Lo sguardo dei registi è, nei suoi confronti, particolarmente affettuoso. Lo si nota non solo dalle pittoresche inquadrature che di quando in quando le vengono dedicate, ma anche dalle emozionanti parole del professor Walter in chiusura del lungometraggio.
Probabilmente l’unica pecca di questo ultimo lavoro di Botrugno e Coluccini sta proprio nello script, che vede – volutamente – l’opera suddivisa in due parti, ma che nella seconda metà tende a cambiare registro, somigliando a molti altri prodotti cinematografici italiani degli ultimi anni – primo fra tutti: Suburra – perdendo quasi di identità. Poco male, però. Se tutti i lungometraggi prodotti in Italia oggi fossero paragonabili per quanto riguarda la qualità a Il contagio, forse la situazione del cinema italiano contemporaneo non sarebbe poi così drammatica.

Marina Pavido

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