Il campione

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7.0 Awesome
  • voto 7

Maialino all’ingrasso

Non c’è che dire: molti indizi cominciano a comporre un’autentica prova. La factory produttiva capitanata da Matteo Rovere e Sydney Sibilia, soprattutto quando non si confronta direttamente con la commedia (i rivedibili Moglie e marito e Croce e delizia, entrambi diretti da Simone Godano) ma punta con decisione al crossover di generi (la saga di Smetto quando voglio ad opera di Sibilia; Il primo Re diretto dallo stesso Rovere) dimostra di avere ottime carte in mano per rivitalizzare l’asfittico panorama del cinema nostrano.
Ultima dimostrazione pratica questo Il campione, opera prima sulla lunga distanza del quarantaduenne Leonardo D’Agostini, regista con molta gavetta televisiva alle spalle (che un po’ si avverte). Film che porta inequivocabilmente le stimmate della suddetta forza produttiva, non solo per la già menzionata capacità di oscillare tra vari registri narrativi ma anche ricorrendo ad una confezione formale tanto immediatamente riconoscibile, per la citazione competente di modelli stranieri, quanto accattivante per una platea assuefatta a prodotti in assoluto stagnanti da questo punto di vista. Nell’introdurre la figura di Christian Ferro, giovanissimo talento del calcio dalla vita a dir poco sregolata, Il campione si apre infatti con una citazione pressoché esplicita di Trainspotting (1996) di Danny Boyle, con la sequenza estremamente dinamica di un furto, da parte della cerchia di amici del ragazzo, in un centro commerciale. Quindi si entra nel vivo della vicenda esistenziale del giovane, “costretto” dai vertici della società in cui milita – la Roma – a studiare e prendere la maturità allo scopo di mettere finalmente la “testa a posto”. Tralasciando una sceneggiatura – scritta dallo stesso regista con Giulia Steigerwalt – che non brilla certo per originalità nella sua evoluzione narrativa basica, nel mettere in atto un’analisi critica de Il campione converrebbe porre l’accento su altri punti. In primo luogo la sensibilità con la quale viene ritratto il rapporto in fieri tra Christian e Valerio Fioretti, cioè il professore incaricato dai vertici della Roma di impartire un’istruzione non solamente scolastica al giovane. Poi una descrizione sul cosiddetto “stato delle cose” piuttosto credibile e fedele alla realtà: Christian Ferro altro non è che una gallina dalle uova d’oro da sfruttare il più possibile anche e soprattutto da parte di chi predica bene ma alla fine pensa solo ai propri interessi. Da tale assunto scaturisce una sorta di efficace discorso morale sulla società del nostro tempo, pronta ad alla creazione di nuovi idoli capaci di fare tendenza – e il vero team giornalistico-sportivo del canale Sky si presta al gioco con una certa dose di autoironia – ma pure a seppellirli senza scrupolo alcuno non appena si sfugge a quelle regole d’ingaggio non scritte ma, in tutta evidenza, dettate dall’alto.
Tirando dunque le somme, Il campione è un’opera che funziona a più livelli di lettura. Il suo pencolare tra dramma, commedia esistenziale e vissuto sportivo lo rende appassionante, mentre le buone interpretazioni dell’ottimo e promettentissimo Andrea Carpenzano (visto nel recente La terra dell’abbastanza) nella parte di Christian, un funzionale Stefano Accorsi (nella parte del professore) e il sempre bravo Massimo Popolizio (il presidente della Roma) rendono molto credibile l’intero contesto di una vicenda segnata dalla forte criticità verso un mondo privo di valori ma dove non è affatto trascurabile una possibile via di riscatto. Mettendo in evidenza come la volontà del singolo, una volta instradata in modo pedagogicamente corretto, possa risultare ben più determinante di qualsiasi altra spinta verso un materialismo del tutto fine a se stesso. Quasi un paradosso – ed è qui che si annida il significato recondito maggiormente pregnante del film – se si pensa a come sia stata proprio l’ipocrisia estrema di un mondo incentrato solamente sul business accanito a fornire al personaggio principale i mezzi per una maggiore conoscenza di sé e della realtà circostante.
Una specie di dedica ideale a tutti quei ragazzi che si avvicineranno alla visione de Il campione identificandosi con la figura del giovane protagonista.

Daniele De Angelis

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