Hive

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La situazione delle donne kosovare

La “Guerra del Kosovo” è stato un conflitto che si è consumato abbastanza velocemente (febbraio 1998 – giugno 1999), ma le stime, ancora non del tutto completamente accertate, riportano che è stata una guerra sanguinolenta, tra morti (oltre 11.000 civili), invalidi ed estesi centri abitativi rasi al suolo. Un conflitto scaturito dalla volontà dei serbi di attuare una feroce pulizia etnica, a cui si sono aggiunti tutti gli stupri che subirono le donne kosovare: un barbaro e vigliacco sfregio, da parte del nemico, per marcare maggiormente la loro forza e, ingravidando le donne, gettare l’onta sul popolo kosovaro e instillare il seme della loro etnia. Hive (Zgjoi, 2021) di Blerta Basholli, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021, è una dolente ricognizione sul post guerra kosovaro, che mostra tutte quelle cicatrici – non del tutto emarginate – rimaste esternamente nelle cittadine e dentro l’anima del popolo. In particolare, il dolore che le donne devono combattere quotidianamente, tra pregiudizi atavici e i problemi scaturiti dalla guerra.

Sceneggiato dalla stessa regista, che ha attinto da un fatto reale (come attestano le immagini durante i titoli di coda) aggiungendoci qualche altro spunto di finzione, Hive vuole essere un punto fermo sulla situazione odierna delle donne in Kosovo. La storia personale della protagonista Fahrije (Yllka Gashi) rappresenta quella di tutte le donne kosovare, e allo stesso tempo lei è l’eccezione femminina della società kosovara di un piccolo paese, che si basa a tutt’oggi su una radicata concezione patriarcale. Rimasta vedova, poiché il marito è scomparso durante la guerra, deve farsi carico, anche economicamente, del nucleo familiare (due figli e il vecchio padre del marito). In una società in cui la donna deve solo servire il marito, restando in casa, Fahrije è una tenace pasionaria, che cerca ostinatamente la sua emancipazione (prende la patente di guida). Un’impresa non facile, perché quotidianamente viene bersagliata sia dai giudizi del popolo maschile (gli rompono anche un finestrino della macchina), e sia, inizialmente, anche da quello femminile (la maggioranza delle donne, ormai legate a quel credo patriarcale, la reputano una scostumata). Eppure con la sua ostinazione raggiungerà il traguardo sperato, riuscendo anche a coinvolgere le altre donne del gruppo a reagire, a non soccombere a una società impostata su una visione sbagliata. Hive, che significa alveare (le arnie costruite dal marito, con il quale produce miele per racimolare qualche soldo), può anche essere metafora del gruppo (alveare) di vedove che la protagonista frequenta: lei è la regina (la spronatrice) ma allo stesso tempo un’umile ape operaia, che produce. Tutta la realtà del Kosovo post guerra è visto alla stessa altezza e distanza dello sguardo di Fahrije. Il suo volto, spesso inquadrato in primo piano, si è indurito per la tragedia che sta vivendo (la scomparsa del marito) e per la lotta contro le preclusioni sociali e quella dei suoi familiari. In tal caso, la situazione delle donne è ben sintetizzata da due scene: il lavaggio del vecchio invalido, in cui Fahrije sembra una serva, e quando il figlio ancora piccolo, mentre si sta facendo la doccia, gli dice di non guardarlo (sebbene sia sua madre) perché è donna. Le tracce della guerra sono lasciate sullo sfondo, silenti, ma rimangono impresse nella memoria, come il furgone carbonizzato mezzo affondato nel fiume. La regista Basholli, benché stia girando un film di finzione, vuole rimanere adesa alla realtà, e per questo gira tutto il film con la macchina a spalla. Una narrazione asciutta e anche sentita, peccato per una coda finale ridondante, con l’incubo della protagonista smaccatamente cinefilo: L’Atalante (1934) di Jean Vigo. Per avere un’altra visione, impietosa, del post guerra in Kosovo, andrebbe recuperato The Load (Teret, 2018) di Ognjen Glavonić.

Roberto Baldassarre

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