Sami

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il tragico presente del popolo iraniano

Le guerre lasciano il sanguinolento segno anche dopo molti anni. Gli edifici distrutti o danneggiati possono essere ricostruiti, ma le ferite fisiche e psicologiche della gente che ha dovuto vivere quei terribili momenti non si rimargineranno mai. Una totale pace post-guerra si può generare solo dopo moltissimo tempo. Tra i tanti residui che le guerre lasciano sul campo, ci sono le mine. Tra le armi create per annientare il nemico, queste sono le più temibili, perché seminate sotto strati sottili di terra (quel tanto che basta per coprirle ma non per fermarne l’innescamento), possono annientare vite di qualsiasi età oppure danneggiare esistenze (di qualsiasi età) permanentemente. La costruzione di una mina costa soltanto quattro dollari, ma lo sminamento, ovvero la loro rimozione dai terreni, costa tra i trecento e i mille dollari, a causa della pericolosità dell’azione. L’Iran è il secondo paese al mondo con maggior concentrazione di mine ancora presenti sul suolo, sparpagliate anche in terreni di privati cittadini. Sami (2021) di Habib Bavi Sajed, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021, vuole mostrare al mondo questa tragica situazione in cui a tutt’oggi versano molti iraniani.

Sceneggiato dallo stesso regista, al suo esordio nel lungometraggio, Sami, dietro l’amareggiata narrazione, condotta attraverso il cammino irrequieto e incessante del protagonista, è un duro attacco sia contro le guerre e sia nei confronti delle istituzioni iraniane. Sebbene siano passati oltre trent’anni dalla fine della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), sul suolo iraniano permangono ancora moltissime mine, che annualmente falcidiano o rendono invalide persone. È lo stesso regista a precisare, con una didascalia posta a inizio film, che la storia è ricreata, però, molte delle persone che appaiono (precisamente quelle rese invalide dagli ordigni) hanno vissuto realmente quei fatti. La storia di Sami, il vedovo a cui è morta la moglie incinta a causa di una mina e la cui figlia nata è rimasta invalida, è la rappresentazione della vita di larga parte della popolazione. Il suo pellegrinaggio per villaggi e città alla ricerca di uno sminatore per la sua terra (ancora contaminata dagli ordigni), diviene una panoramica sulla realtà dell’Iran, con lande desolate, edifici ancora menomati dalle guerre, e persone che preferiscono trasferirsi in città per avere almeno qualche chance in più di vita e di lavoro. Il protagonista ha due preoccupazioni: lo sminamento del suo terreno, per poter tornare a coltivare e lasciarsi alle spalle quel sanguinoso passato; riuscire a far sposare la propria figlia, cui manca un arto (la gamba sinistra). Il regista Habib Bavi Sajed ci fa vedere, come fosse un crudo reportage, alcune persone che sui loro corpi portano le amputazioni dovute agli ordigni, e ci fa vedere, a inizio film, la costruzione della protesi di una gamba (la stessa che potrà dare un’opportunità di normalità alla figlia di Sami). L’inserimento di questa sequenza, con i vari pezzi della protesi assemblati in primo piano, serve a sottolineare maggiormente i disagi che creano le esplosioni degli ordigni. Sami funziona benissimo quando la rappresentazione della realtà mantiene toni semplici, e il presente iraniano traspare in tutta la sua tragicità, ma procede con meno forza visiva quando il regista cerca l’aspetto poetico, proprio perché più ricercato e ricreato.

Roberto Baldassarre

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