High-Rise

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5.0 Awesome
  • voto 5

Rise and Fall

Era da circa trent’anni che il produttore Jeremy Thomas accarezzava l’idea di un adattamento cinematografico de Il Condominio (High-Rise, 1975), romanzo cult di J.G. Ballard, pubblicato in Italia dapprima col titolo di Condominium per la collana Urania nel 1976, e in una seconda edizione – Il Condominio –  nel 2003 da Feltrinelli. L’opera letteraria venne per molto tempo definita non adattabile per il grande schermo: strutturata e complessa, violenta e destabilizzante, l’allegoria del grattacielo che ingloba e divide differenti classi sociali, e i cui abitanti finiscono per regredire a uno stato primitivo, non era facile da rendere per immagini. Tutti gli scritti di Ballard, del resto, sono per loro natura ostici ad essere portati su pellicola, e il risultato più alto resta sempre il magnifico Crash di David Cronenberg, non solo diretto ma anche scritto dal grande cineasta canadese.
Thomas, anni fa, pensò a Nicolas Roeg per il timone della regia del progetto High-Rise, idea che col senno di poi – e non solo –  sarebbe stata brillante. Ben Wheatley, regista britannico anarchico e destrutturante, che col discusso Kill List (2011) diede prova di possedere un talento non comune per l’apparato visivo e – come co-autore dello script – si rivelò spiazzante e promettente. L’abilità tecnica di Wheatley resta indiscutibile anche in High-Rise, visivamente fascinoso e destabilizzante: il vero problema del film è la sceneggiatura, firmata da Amy Jump, compagna del regista e già co-autrice di Kill List, alla sua seconda prova scrittoria in solo dopo I disertori (A Field in England, 2013), sempre su regia di Wheatley. Il canovaccio narrativo è infatti fragilissimo, a inizio film quasi assente, per poi diventare frettoloso e confuso: si è indubbiamente lavorato eccessivamente di sintesi, ma il vero problema è che la Jump fallisce nel trasporre quelli che sono i contenuti chiave dell’opera di Ballard, rendendo la pellicola un involucro tecnicamente impeccabile, ma privo di anima. Nel romanzo, ritroviamo un concetto ricorrente nell’opus dello scrittore, ossia quello di regressione dell’uomo a uno stato primordiale, senza convenzioni morali e guidato solo dagli istinti; nel grattacielo, parte di un complesso che sarà formato da cinque edifici, gli abitanti sono dislocati a seconda della propria classe sociale: i ceti bassi ai piani inferiori, in appartamenti più piccoli ed economici, seguiti dalla classe media che si colloca nei floors mediani e, man mano che si sale, ecco giungere i ricchi e potenti, fino ad arrivare in cima, nell’attico, in cui dimora uno degli architetti che ha progettato il condominio. I dissidi tra coloro che vivono ai piani bassi e l’élite dei piani alti si trasformano in una lotta di classe vera e propria, portando i personaggi a regredire a uno stato primordiale, basato solo sugli impulsi primari.
Tutto ciò è reso in modo superficiale nel film, spesso retorico e confusionario. Nell’incipit, vediamo il protagonista, lo psichiatra Robert Laing (ottimo Tom Hiddleston), che si aggira nel grattacielo ormai in rovina, cibandosi di carne di cane: il narrato è composto da un flashback, tornando indietro a tre mesi prima, ossia nel momento in cui Laing si è trasferito nella residenza, un condominio modello, dotato di ogni tipo di comfort. Tutto ciò che serve è all’interno, e diviene pressoché inutile spostarsi da casa, se non per recarsi al lavoro. La residenza perfetta, utopia che diventa, ovviamente, distopica, nel tramutarsi in condizione di isolamento, una sorta di pentola a pressione in cui tensioni, frustrazioni, avversioni più o meno malcelate finiscono per esplodere. Nell’interfacciarsi con i diversi inquilini, che dimorano a piani diversi, Laing è inizialmente interdetto e curioso al tempo stesso: dalla disinibita e affascinante donna del piano di sopra, Charlotte (Sienna Miller), passando per il documentarista proletario Richard Wilder (assai efficace Luke Evans), fino a giungere in cima, su invito, da Anthony Royal (un Jeremy Irons non memorabile), il deus-ex-machina di quello che è un vero e proprio organismo abitativo. Vediamo scorrere sullo schermo relazioni più o meno lecite, litigi, feste sfrenate da parte di ogni ceto, frequenti black-outs – sempre ai piani bassi – che diventano occasione per molestie e aggressioni: si resta quantomeno perplessi nell’assistere a una sorta di compendio di vita condominiale costituito da dispetti più o meno gravi tra abbienti e meno abbienti, proletari e capitalisti, in una critica classista ormai fuori tempo massimo, esposta con modalità di rappresentazione viste già troppe volte. Non vi è, almeno fino a un certo punto, nulla di particolarmente destabilizzante e, in primis, nulla che non si sappia già per semplice deduzione: il personaggio di Evans è il portatore di caos, e lo si comprende fin da subito, nella sua rivoluzione non troppo metaforica che mira alla conquista delle alte logge, ad ogni costo. Gli altolocati, dal canto loro, vogliono difendere il proprio territorio che equivale al proprio potere, sempre senza esclusione di colpi. E’ qui che la sceneggiatura non solo si incrina, ma subisce un vero e proprio strappo: non vi è gradualità nel racconto, la degenerazione non si insinua poco per volta, bensì ci viene mostrata praticamente a giochi fatti, passando dal dispetto all’omicidio in un crescendo rapidissimo, caotico e incoerente. Dai bagordi in casa Evans, con moglie incinta, bambini urlanti e birra cheap, fino alle feste dei ricchi in costume ottocentesco, è tutto troppo banale per stupire, per suscitare reazioni forti nello spettatore. Il caos finale è ampiamente prevedibile, così come la chiusa, che tenta di condensare i punti salienti del romanzo in una manciata di minuti. Dal punto di vista visivo, Wheatley si riconferma talento anarchico e iconoclasta, in alcuni momenti citazionista (evidenti i rimandi allo stile Kubrickiano), sempre e comunque dotato di forza: è cosa risaputa che le immagini, per quanto pregne e potenti, da sole non bastano a fare di un film un buon film, se lo scheletro del plot è così fragile, un vero castello di carte, così come lo è, del resto, il condominio stesso. La splendida fotografia curata da Laurie Rose, collaboratore abituale del regista, e l’efficacissimo score di Clint Mansell corredano il visivo in modo perfettamente funzionale, ma al tempo stesso aumentano la sgradevole sensazione di trovarsi davanti a un corpo filmico vuoto, confezionato con maestria, ma privo di mordente. Il fallimento dell’operazione, del resto, poteva essere messo in conto, vista la difficoltà nell’adattare il materiale di partenza, ma la sfida Wheatley vs Ballard era comunque promettente, finendo invece – e purtroppo –  per risolversi in quella che rimane un’ottima occasione mancata.

Chiara Pani

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