Viaggi della speranza
Il fenomeno migratorio è certamente uno dei grandi temi dei nostri tempi, e di conseguenza anche tra quelli più raccontati dal cinema di oggi e probabilmente da quello di domani. Il ché motiva l’elevato numero di progetti audiovisivi realizzati e di prossima realizzazione prodotti negli ultimi decenni alle diverse latitudini per il piccolo e grande schermo. L’industria nostrana e i suoi esponenti non si sono di certo tirati indietro, con l’Italia che è parte in causa e testimone oculare nella vita reale del flusso migratorio, tanto come approdo quanto come tappa di passaggio verso altra destinazione. Anche il cinema documentaristico si è confrontato e si sta confrontando con la tematica in questione con opere che mediante approcci e punti di vista differenti si sono pronunciate in tal senso. Tra queste figura Go, Friend, Go, il documentario firmato a sei mani da Gabriele Licchelli, Francesco Lorusso e Andrea Settembrini, presentato nella sezione “Cinema & Realtà” della 24esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, laddove è approdato dopo un fortunato percorso iniziato al Festival dei Popoli 2022.
Gli autori cuciono e intrecciano frammenti di storie, vite diverse eppure legate da un filo comune, quello di migranti impegnati nella cosiddetta “rotta balcanica” nel pieno di un viaggio verso la speranza. Ogni anno infatti migliaia di persone cercano di raggiungere l’Europa per sfuggire a guerre, ristrettezze economiche o disastri ambientali. Molte seguono la suddetta rotta, tentando di attraversare, confine dopo confine, tutti i paesi dell’area balcanica, camminando tra boschi, fiumi e montagne, o nascondendosi sotto camion e treni merci. Il più delle volte vengono fermate dalla polizia di confine, che le rimanda indietro con la forza, costringendole a ricominciare da capo il loro viaggio, come in un terribile gioco. Ecco perché i diretti interessati lo hanno battezzato “game”.
Il film, girato in circa due anni lungo i confini tra Patrasso in Grecia, Šid in Serbia, Bihac in Bosnia e Trieste in Italia, di fatto è inscrivibile nel filone per via dell’argomento trattato, che riporta alla mente opere come Welcome Europa di Bruno Ulmer, Eldorado di Markus Imhoof o Central Airport THF di Karim Aïnouz. Tuttavia Go, Friend, Go riesce a trovare la propria strada e ragione d’essere spostando il baricentro narrativo rispetto al macro-tema quanto basta per diversificarsi dalla massa. L’intento del docufilm non è infatti quello di inquadrare il fenomeno della migrazione in una prospettiva geopolitica, ma di immergere lo spettatore nella condizione dei protagonisti e di restituire il loro sguardo, che poi è quello che hanno voluto fare nel cinema di finzione Matteo Garrone con Io capitano e Agnieszka Holland The Green Border. Nel caso specifico di Go, Friend, Go gli autori si sono concentrati più sui protagonisti che sul tema in sé, sul loro punto di vista e sul fattore esperenziale calandosi insieme alle figure coinvolte nella quotidianità delle persone in viaggio, mostrate mentre si riposano dopo una lunga camminata nei boschi, si riparano dalla pioggia, si curano le ferite provocate dalla violenza della polizia o si ritrovano per scambiarsi cibo, acqua e compagnia. Un approccio, questo, che restituisce in maniera emotivamente più coinvolgente e impattante il racconto umano, che diventa di fatto prevalente rispetto al tema della migrazione nel senso esteso e generale del termine.
Così facendo il risultato non si presenta come una fredda e già vista cronaca degli eventi vissuta da figure senza nome, bensì un racconto in prima persona che invita lo spettatore a immedesimarsi nella dimensione di sofferenza e speranza di uomini e donne intrappolati in un limbo. Il film infatti, come sottolineano gli autori, prova ad “aprire uno squarcio su una realtà cruda e dolorosa, per riaffermare un’umanità negata in un contesto in cui, attraverso la violenza sistematica, si ambisce alla disumanizzazione dell’individuo”. Intenzioni che a conti fatti trovano corrispondenze nella messa in quadro, restituite sullo schermo mediante l’utilizzo di diverse tecniche narrative come l’osservazione, il pedinamento, le interviste frontali, il found footage (girato dai protagonisti con i loro smartphone) e gli inserti animati che mescolate contribuiscono a dare forma e sostanza a un documento che arriva al cuore del discorso senza filtri e compromessi.
Francesco Del Grosso









