Central Airport THF

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Libertà vigilata

Per chi non lo sapesse l’aeroporto Tempelhof di Berlino è tuttora il più grande edificio storico d’Europa. Inaugurata nel 1923, l’imponente struttura è stata prima un simbolo dell’autocelebrazione nazionalsocialista, con Adolf Hitler che ne aveva voluto l’estensione per farla diventare la più grande al mondo nel suo genere, poi uno di libertà durante il ponte aereo del 1948/49. Per decenni è stato, dunque, uno snodo chiave del trasporto aereo civile e commerciale. E lo è stato sino al 2008, anno in cui ha cessato l’attività per la quale era stato costruito, diventando di fatto l’ennesima cattedrale abbandonata nel deserto. Sette anni dopo, come da prassi ormai consolidata per casi analoghi, gran parte degli spazi che lo vanno a comporre sono stati riqualificati e destinati a ben altro utilizzo, trasformandosi da luogo di transito di persone e merci a qualcosa che assomiglia ad una sorta di sala d’attesa più o meno momentanea. In tal senso torna alla mente il protagonista di The Terminal, l’immigrato, Viktor Navorski, un turista il cui paese nell’Europa dell’est scompare dalla mappa, proprio mentre l’ignaro viaggiatore è in volo per New York.
Reminder a parte, lo storico ex aeroporto Tempelhof è rimasto un luogo di arrivi e partenze. Dall’autunno del 2015, infatti, diversi hangar hanno fornito e continuano a fornire un rifugio temporaneo ai richiedenti asilo, ad oggi oltre 2000 persone fuggite dalla loro patria per ricominciare e rifarsi una vita da soli o con i propri familiari. Pieni di speranza, lavorano con traduttori, medici, insegnanti di lingua e agenti per prepararsi alla quotidianità nella loro nuova “casa” tedesca. Sono loro i protagonisti di Central Airport THF, senza ombra di dubbio uno dei titoli più convincenti e potenti tra quelli presentati nella sezione “Visti da vicino” della 37esima edizione del Bergamo Film Meeting, laddove è approdato dopo un fortunato e pluridecorato percorso festivaliero iniziato alla Berlinale 2018 (“Panorama”) con la vittoria dell’Amnesty International Film Prize.
Ad accompagnarci nell’esplorazione fisica ed emotiva di questa no man’s land, alla scoperta di coloro che la popolano giornalmente e dei meccanismi che lo regolamentano, c’è la macchina da presa di Karim Aïnouz, che per compiere la sua mission sceglie uno sguardo di natura antropologica, di pura osservazione, così come era stato a suo tempo per Il castello di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, ambientato nello scalo milanese di Malpensa, simile per approccio e modus operandi all’opera firmata dal collega brasiliano. Il tutto si fonda in entrambe le opere su una cinepresa che cerca il più possibile di rendersi invisibile e parte integrante del tessuto topografico. A volte vi riesce, altre no, e forse questa mancanza di continuità nel raggiungere una mimesi completa con il tessuto che la circonda, che invece caratterizza il film della coppia italiana, è l’unico punto irrisolto del progetto. Ciononostante, l’esito finale arriva lì dove molte altre operazioni più o meno simili, come ad esempio Ferrhotel di Mariangela Barbanente, non hanno saputo per un motivo o per un altro arrivare quando si è trattato di affrontare il delicato e ormai abusato tema del confinamento e della dicotomia tra chi sta dentro e chi sta fuori.
Da parte sua, il regista sudamericano ha il merito di avere saputo entrare e uscire da quei luoghi sempre in punta di piedi, osservando gli uni e gli altri senza emettere alcun giudizio mediante una posizione di assoluta neutralità. E lo ha fatto semplicemente catturando gli highlights di vita vissuta nell’arco delle stagioni, focalizzando l’attenzione su un dato elemento senza influenzarlo o forzarlo. Nel caso di Central Airport THF il punto di riferimento è il diciottenne siriano Ibrahim, al quale Aïnouz affida l’unico racconto orale presente nel film. La sua voce fuori campo evoca in arabo, i ricordi e le sensazioni che restano, il trascorrere del tempo durante questa lunga attesa (il passare dei mesi), il futuro incerto e la paura di essere espulso dalla Germania. Lui come gli altri ospiti deve fare i conti con la mancanza di spazio privato e con le barriere amministrative, che di fatto sono alcune delle sfide da affrontare durante la permanenza. Il tutto mentre nella vicina area ricreativa di Tempelhofer Feld, i berlinesi e i turisti cercano di sfuggire alla loro routine quotidiana. Caos e armonia: due mondi molto diversi in un unico luogo che l’autore ha saputo restituire alla perfezione.

Francesco Del Grosso

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