Free Fire

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7.0 Awesome
  • voto 7

Quella maledetta valigia

Il film inizia con un campo lungo sull’ambiente attorno al quale si svolgerà la storia. Senza quella sequenza, Free Fire potrebbe essere collocato ovunque, visto che per tutta la durata del racconto i personaggi si trovano in una fabbrica abbandonata e deturpata dal tempo. Un camioncino altrettanto datato si avvicina nel luogo prefissato per l’incontro. Il motivo? Armamenti, precisamente delle M-16 pronte all’uso. A imbarcarsi verso Boston, come nella canzone dei Dropkick Murphys, ci sono proprio degli irlandesi, venuti lì non certamente per la pace, ma per acquistare armamenti per i propri obiettivi criminali. Frank e Chris sono infatti membri di una delle organizzazioni violente del tempo, l’IRA, e per questo hanno bisogno di intermediari per raggiungere un importante accordo per una grossa partita di armi. Vernon è l’uomo al caso loro, colui che con quegli strumenti racimola denaro a dismisura, ma per contattarlo per questioni di affari, c’è bisogno di persone fidate, capaci di portare a termine le trattative come Justine e Ord. Fino a qui, tutto bene. Ma, come in un gruppo che si rispetti, c’è sempre una testa calda che sposta radicalmente l’asticella da una fase in cui, in maniera tranquilla e pacata, la transazione sembra essere andata a buon fine, a una di non ritorno, quando gli oggetti della contesa si attivano provocando conseguenze inimmaginabile.
Il lungometraggio di Ben Wheatley (Killer in viaggio) può essere diviso in due blocchi distinti. La prima, quella introduttiva, cerca appunto di introdurre (nel limite del possibile) i personaggi in scena. Quello che esce fuori è una rappresentazione parziale, non essendoci salti narrativi che descrivono il loro passato o eventi di particolare importanza per la comprensione del racconto. Chi sono loro? Perché la scelta di partecipare all’interno dell’IRA? E perché proprio Boston? Per il regista tutte queste sono domande superflue, perché quello che conta è concentrarsi sul presente. Tutto il resto rimane fuori, come il mondo attorno a quel magazzino. L’impostazione narrativa e scenica ricorda moltissimo le due opere di Quentin Tarantino Le Iene e The Hateful Eight, anch’essi con una partenza esterna a quella che diverrà poi la vera e propria base che sorregge il film. La cupezza e la rovina di quel posto sembra influire proprio sull’esito di quell’incontro, partito con buone intenzioni ma destinato a un risultato tutt’altro che positivo. Neanche il suono di John Denver, con la canzone “Annie’s song” a riecheggiare nella radio di un furgone, sembra portare fortuna alle persone all’interno di quella costruzione desolata. Nella seconda parte viene fuori l’anima pulp della storia, dove l’aspetto narrativo viene surclassato dall’azione e dal sangue che sgorga dalle ferite dei diversi soggetti. Lo stile rievoca non solo quello di Tarantino, ma anche quello del suo collega più vicino, Guy Ritchie, con i suoi adrenalinici film come Lock & Stock – Pazzi scatenati e RocknRolla che hanno lasciato il segno nel genere thriller con quel tocco surreale e grottesco che tocca le corde generalmente di proprietà della commedia.
In Free Fire non mancano occasioni in cui la violenza estrema lasci il passo ad alcune sequenze fuori dagli schemi, soprattutto quando inquadrato c’è Ord, impersonato da un Armie Hammer in gran spolvero. Tutti quanti possiedono caratteristiche singolari, a cominciare da Vernon e dalla sua giacca sgargiante, fino a raggiungere l’apice con i personaggi senza scrupoli Stevo e Harry. Da segnalare, infine, l’interpretazione di Brie Larson, convincente nella parte di Jasmine e dal carattere estremamente carismatico, a tal punto da surclassare quello degli altri protagonisti sulla scena. Il film, scorrevole senza contraccolpi, è consigliato a chi adora il genere pulp e vuole rivivere quei momenti di ordinaria follia staccando la spina della realtà.

Riccardo Lo Re

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