Una nuova vita
Fino alle montagne, questo il titolo scelto da Officine UBU per l’uscita nelle sale nostrane il 29 maggio 2025, dopo le anteprime ai festival di Toronto e Trento, di Bergers, ultima fatica di Sophie Deraspe, senza alcun dubbio una delle figure di maggiore spicco del cinema canadese. La regista di Rivière-du-Loup è tornata dietro la macchina da presa a cinque anni da Antigone, un adattamento in chiave moderna dell’omonima tragedia di Sofocle, con un film ispirato al romanzo autobiografico di Mathyas Lefebure, D‘où viens-tu, berger? del 2006.
Da allora però la realtà è molto cambiata, fra crisi economica, pandemia e riscaldamento globale, così l’autrice ha deciso per restare al passo e rispecchiare i tempi di ambientare la vicenda ai giorni nostri, che per chi non avesse avuto modo di leggere le pagine della matrice letteraria ci porta nell’esistenza di Mathyas, un ex agente pubblicitario e aspirante scrittore che scambia la sua vita di giovane pubblicitario a Montréal con quella da pastore nel Sud della Francia. Ma la strada per raggiungere la serenità bucolica che desidera è costellata di duro lavoro. La visita di Elise, un’impiegata statale che si è coraggiosamente licenziata, dà una nuova direzione alla ricerca di Mathyas. Insieme, intraprendono una transumanza. Affrontando le sfide della montagna, con una mandria da accudire, si costruiranno una nuova vita.
Con Fino alle montagne, la Deraspe torna ad affrontare il tema a lei caro dello sradicamento, quello dello straniero che irrompe in un ambiente chiuso mentalmente, non di cerco topograficamente visti i grandi spazi a perdita d’occhio che fanno da cornice al racconto, che aveva già trattato in precedenza in Les Loups, nel quale l’arrivo di una giovane donna dal passato misterioso sconvolge gli equilibri di una piccola isola sperduta nell’Oceano Atlantico settentrionale. Lo fa stavolta riflettendo sul rapporto tra uomo e natura e concentrandosi sulla trasformazione interiore di un uomo che ha deciso di lasciarsi alle spalle la città, e con essa «un mondo materialista pieno di bollette da pagare, conformismo e vita regolata». Nel corso della pellicola si assiste al disgelamento emotivo e caratteriale del protagonista e a un cambiamento radicale che lo porta all’apertura nei confronti dell’altro e di ciò che lo circonda. Cambiamento che avviene grazie al contatto con le cose semplici della vita, con la natura e con il doversi prendere cura di qualcuno e qualcosa, sia esso un gregge da seguire o una donna da amare. Il ché lo rende una parabola universale che consente allo spettatore di turno di trovare in situazioni, dinamiche ed emozioni, uno o più punti di contatto nel percorso di catarsi.
Il tutto viene veicolato da un flusso narrativo ed empatico che scorre lentamente come il ciclo naturale delle cose, con il protagonista, colui che lo interpreta (un convincente Felix-Antoine Duval) e la regista, che si prendono il tempo fisiologico per trasferire in maniera realistica e coinvolgente le fasi che scandiscono il processo di trasformazione dell’essere umano. Nel mentre accadono cose (su tutte la drammatica perdita di alcune pecore durante la transumanza) e avvengono incontri che partecipano attivamente al suddetto processo. Fino alle montagne è un’opera che va prima metabolizzata per essere apprezzata pienamente, perché non ha la smania di volere arrivare subito al punto. Ma una volta che si entra in sintonia con essa, con il progetto di vita di Mathyas, con quello che prova e sente, e si inizia a godere dei scenari mozzafiato che avvolgono storia e personaggi (dei veri e propri quadri fotografati splendidamente da Vincent Gonneville), il risultato con può non entrarti dentro. Basta solo avere un po’ di pazienza.
Francesco Del Grosso









