La stessa sostanza di cui sono fatti i sogni
Un teatrino d’epoca, tutto stuccato: sul palcoscenico uno schermo posticcio, si tratta di un teatro adibito a cinematografo, probabilmente uno dei primi della storia in Cina. Il pubblico si volta, non guarda lo schermo ma si rivolge in camera, verso un punto che coincide in realtà con la proiezione. Tante immagini del film richiameranno a questo rapporto biunivoco, la fotografia dell’occhio che si fa caleidoscopio, gli infiniti specchi, gli occhi come specchi e le lacrime, raccolte in boccette e usate per intingere le carte del due di picche. È l’inizio, programmatico del terzo film di Bi Gan, Resurrection, in concorso a Cannes 2025. Su uno sguardo reciproco tra proiettore e proiettato, schermo e palcoscenico, vedere ed essere visti si gioca questa nuova, e complessissima, metafora dello sguardo cinematografico, un mito della caverna dove le ombre e le idee combaciano. Così il regista porta avanti quella grande avventura dell’occhio che è il cinema e il suo cinema, come già dimostrato nella sua opera d’esordio, Kaili Blues, con quell’immenso piano sequenza capace di solcare galleggiando un fiume e perlustrare i villaggi sulle due rive, amplificata in 3D con il secondo film, Un lungo viaggio nella notte. Bi Gan immagina un futuro distopico dove si è raggiunta l’immortalità smettendo di sognare. Solo pochi individui non hanno smesso l’attività onirica, che equivale al cinema, e sono così definiti come dei fantasmi. Il film racconta di uno di questi, quasi un fantasma del palcoscenico o un gobbo di Notre-Dame, che incontra una donna bellissima, interpretata da Shu Qi che è stata, tra l’altro, la musa di Hou Hsiao-hsien. Lei inserisce una pellicola negli ingranaggi arrugginiti, se non marci, di un vecchio proiettore. Parte il cinema, parte la Storia, riparte la vita. Partono i treni e gli orologi, immagini già dei primi film del regista, per un cinema che contempla il concetto di tempo.
Resurrection è una grande metafora del cinema, una caverna platonica e un lucernario dell’infinito, e della Storia, del Novecento, il secolo della settima arte e teatro di tumultuosi eventi della storia cinese. Il film comincia con le fattezze del cinema muto, con l’aspect ratio 1.33:1, con gli intertitoli. Una locanda, tipico ambiente da wuxia, equivalente al saloon del western, diventa un meccanismo della visione, da pre-cinema, un contenitore escheriano di finestre, porte, ognuna delle quali si apre a una nuova storia. Quindi Bi Gan contempla l’espressionismo. Segue poi un percorso tra cinema, storia e spiritualità a colori e in formato anamorfico. Spesso il regista torna a denunciare il dispositivo di ripresa, come quando, in un momento alla Mel Brooks, la mdp si avvicina al vetro di una finestra fino a romperlo, mostrando così la sua fisicità. Si passa al noir con le sue figure classiche, e così al melò. Si arriva in un desolato tempio buddhista innevato dove le statue si rivelano fragili, transeunti, cadendo a pezzi. Si passano i decenni della storia cinese per arrivare al Capodanno del 1999, in un’atmosfera molto alla Jia Zhangke, tutta virata di rosso, umida, sotto la pioggia battente. La Cina che si apre al nuovo millennio, a un futuro di opulenza capitalistica, fa da sfondo a una storia di amanti perduti che vagano in centro urbano, percorso nei suoi vicoletti con tanti piani sequenza alla Kaili Blues, ritrovando ancora uno schermo all’aperto, fino ad arrivare a una chiatta che potrebbe traghettare i due personaggi sull’altra sponda. Ma qui Bi Gan si ferma, non dà la soddisfazione di un’ennesima catarsi, di un nuovo abbacinante piano sequenza di galleggiamento sulle acque. La sua storia del cinema si arresta prima del suo primo film. Nel frattempo, il regista, che è anche poeta, ha modo di giocare con la calligrafia, componendo ideogrammi dei termini che corrispondono alle parole dolce e salato.
Una vecchia diceria vuole che ogni individuo, alla morte, riveda il film della sua vita. Resurrection è il film del cinema che scorre, alla morte del cinema e della capacità di sognare, ma con la prospettiva della resurrezione. E il finale mostra ancora degli omini spettatori in un teatro/cinema/caverna platonica. Sono omini fatti di luce, fatti della stessa sostanza del cinema.
Giampiero Raganelli







