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Fin qui tutto bene?

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VOTO: 8

“Andrà tutto bene”? Non proprio.

La partnership creativa tra un cineasta giovane e motivato come Cosimo Bosco e le autarchiche produzioni capitanate da Salvatore Scarico non soltanto prosegue, ma si arricchisce qui di sfumature nuove. Del regista ricordavamo infatti con favore e simpatia Avanzers – Italian Superheroes, scanzonata parodia dei cinecomic d’oltreoceano. Se in quell’occasione Cosimo Bosco ci aveva di fatto sorpreso, divertito, senza infarcire di eccessive pretese l’umoristica, pittoresca rivisitazione di un immaginario altro, con Fin qui tutto bene? ci si ritrova invece di fronte un progetto cinematografico di gran lunga più personale, nel quale le eventuali tracce di genere si fondono con un sostrato drammaturgico particolarmente ansiogeno, opprimente, in quanto legato al delirante periodo pandemico.
La proverbiale asticella si è insomma alzata. E non siamo gli unici ad averne preso atto, a quanto pare. Il lungometraggio in questione si è infatti aggiudicato un riconoscimento speciale della giuria presso il Festival Internazionale del Cinema di Salerno e i premi per il miglior thriller, la miglior attrice protagonista Marta Moschini, il miglior attore non protagonista Maurizio Mattioli e la miglior attrice non protagonista Roberta Garzia al Bloody Festival Roma 2024. Attualmente lo si può vedere sul grande schermo in alcune sale del circuito UCI, almeno a Roma, ma il consiglio è di non tergiversare troppo, poiché trattandosi di una piccola distribuzione la tenitura è per forza di cose limitata.

Impreziosito da momenti di surrealtà pura come il prologo (laddove un coniglio gigante che si aggira di notte in città, pur trattandosi del costume indossato da un ragazzo, fa pensare inevitabilmente a Donnie Darko o a Lynch) o come certi inserti onirici proposti più avanti, Fin qui tutto bene? parte dalla quotidianità per niente straordinaria di un giovane, studente universitario e aspirante fotografo, i cui occasionali stravizi alle feste dell’hinterland romano sono ampiamente compensati emotivamente dall’affetto e dal senso di sicurezza offerti da una famiglia normale, compatta, coesa. A impersonare Matteo, il protagonista, un convincente Francesco Isasca, mentre colpiscono al cuore le interpretazioni dei due genitori; difatti il padre è un Maurizio Mattioli abituato a far ridere ma qui persino più bravo nel conferire bonarietà e umanità al personaggio, mentre una sensibilità davvero speciale ha consentito a Roberta Garzia, la madre, di ritagliare un doppio volto a tale figura: solare, premuroso, amante della vita famigliare finché la società intorno glielo consentirà, paranoico e ossessivo – fino a causarne il definitivo crollo – non appena ogni cosa precipiterà nel delirio. Già, perché ad insidiare la tranquillità domestica (e lo stesso assetto sociale del paese, del resto) vi è una terrificante minaccia, in agguato. La pandemia del 2020. O meglio, quel clima di militarizzazione della società e di restrizioni spinte fino all’assurdo, cui contribuirono le istituzioni, i media e finanche quella parte della popolazione più incline a farsi guidare dal panico e dall’ipocondria.
Questo in ogni caso è ciò che abbiamo scorto, in filigrana, nello stratificato script di un curatissimo lungometraggio indipendente capace di scivolare con naturalezza dagli stilemi della commedia giovanile a quelli del film sociale a quelli magari appena accennati, ma di notevole impatto, del thriller psicologico e claustrofobico. E se forse ci abbiamo messo del nostro, nell’individuare spunti critici nei confronti di quella gestione della pandemia in Italia particolarmente isterica, paranoide e massimalista, il bel film di Cosimo Bosco qualche spunto a riguardo di sicuro lo offre; come nella scena, che abbiamo trovato estremamente catartica, in cui il giovane protagonista fa a pezzi lo schermo della TV da cui in quegli anni bui sono giunti a noi fin troppi veleni. Comunque la si voglia vedere (e nella consapevolezza che l’argomento è ancora molto “divisivo”), Fin qui tutto bene? ha l’indiscutibile merito di mettere in scena una storia originale, ricalcata in parte su vicende autobiografiche (come ha ammesso l’autore stesso), affidandola a interpreti assai motivati e in parte, sia i più noti che gli emergenti. E nelle differenti reazioni dei loro personaggi al dramma collettivo lo spettatore più partecipe potrà facilmente trovare qualcosa in cui rispecchiarsi.

Stefano Coccia

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