Noir in riva al lago
Torbida e malinconica, l’ambientazione lacustre ben si presta a una certa tradizione cinematografica e televisiva italiana, orientata verso il thriller, il giallo, il noir, che periodicamente torna a specchiarsi in quelle acque ferme. Uno degli esempi più calzanti e più riusciti a livello filmico è per noi ancora adesso La ragazza del lago di Andrea Molaioli, il quale avrebbe sfruttato poi ambientazioni e suggestioni simili in Bella da morire, fortunata miniserie TV italiana del 2020.
Ora il lago è tornato a essere fonte d’ispirazione. Nella fattispecie il Lago di Bracciano, magnificamente incupito qui da un bianco e nero i cui contrasti forti, decisi, sembrano rimandare quasi a una tradizione nordica. Tale è lo sfondo di un film come L’acqua non è mai ferma, in uscita nelle sale proprio in questi giorni, che pur parafrasando casi così presenti nella cronaca nera degli ultimi anni riesce, in un certo senso, a trascenderli, conferendo al flusso narrativo l’impronta di un noir esistenzialista, nel quale la dimensione materiale degli avvenimenti finisce per armonizzarsi con atmosfere rarefatte, quasi metafisiche.
Diretto da Roberto Mariotti, scritto da Ilaria Jovine, montato da Francesca Sofia Allegra assieme agli altri due autori, L’acqua non è mai ferma articola su piani temporali alternati la singolare detection sul destino di una giovane donna (interpretata col magnetismo cui ci ha abituati da tempo, sia al cinema che a teatro, Elena Arvigo), stabilitasi sulle sponde del lago alla ricerca di quella libertà che pare sfuggirle, poco alla volta, per le crudeli macchinazioni di un Fato oscuro: prima la tragica scomparsa del proprio compagno, poi le soffocanti attenzioni del padrone di casa, un anziano sussiegoso con la classica patina da “uomo perbene” che nel dare sfoggio della sua presunta generosità in modo sempre più irrazionale, compulsivo, ossessivo, non farà altro che rivelare le proprie ossessioni più profonde, l’insoddisfazione di base e quel desiderio morboso di attirare la donna verso di lui, così da sconfiggere una solitudine confessata a fatica persino a se stesso. Pare del resto che sia stato il grande Vincent Price ad affermare: “L’uomo tetro che ama la bellezza è il criminale più terribile”.
Non è comunque una vera e propria pulsione omicida o la scabrosità del fatto di cronaca ad interessare davvero gli autori, l’impressione è semmai che a salire in primo piano, nel corso della quasi eterea detection, siano quelle implicazioni psicologiche e sociali che portano pian piano i protagonisti ad affacciarsi sull’abisso. O per meglio dire, sul fondo del lago.
Gli scarni avvenimenti e il loro peso sulla psiche dei personaggi emergono perlopiù in flashback, conseguentemente al sempre più serrato dialogo tra il già menzionato padrone di casa (Toni Garrani) ed un visitatore, impersonato invece da Stefano Fresi, presentatosi a lui come soggetto interessato all’affitto dell’appartamento rimasto vuoto, vista l’assenza della ragazza, ma con un ruolo assai differente nella storia da quello prospettato all’inizio. Tutto ciò all’insegna di un’investigazione i cui aspetti “materici” si spostano spesso e volentieri verso un piano maggiormente simbolico, esistenzialista, misterico. I complimenti agli autori, per un prodotto filmico così conturbante, coeso e di spessore, sul piano narrativo e formale, si fondono perciò con quelli che ci sentiamo di rivolgere all’intero cast, per l’analoga intensità ravvisata nelle loro prove attoriali.
Stefano Coccia









