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Father Mother Sister Brother

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VOTO: 7.5

Semplici, complessi rapporti famigliari

Difficilmente un cineasta come Jim Jarmusch delude il suo affezionato pubblico. E non è un caso, dunque, che tra i lungometraggi in concorso all’ 82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia il suo Father Mother Sister Brother sia stato (almeno per il momento, s’intende) tra i titoli che maggiormente hanno convinto pubblico e critica (pur trattandosi, naturalmente, di un film più “contenuto”, se paragonato ad altre opere da lui precedentemente realizzate).
In Father Mother Sister Brother, infatti, Jarmusch ha indagato con attenzione e grande sensibilità i sempre complessi rapporti famigliari e, nello specifico, i rapporti che legano sia i fratelli che i genitori ai figli. Cosa ne sarà venuto fuori? Presto detto.

Diviso in tre distinti capitoli (Father, Mother e Sister Brother), il film ci racconta per immagini dapprima le vicende di due fratelli (impersonati da Adam Driver e Mayim Bialik) che dopo molto tempo vanno a trovare il loro anziano padre (Tom Waits). Nel secondo episodio, invece, sono due sorelle dalle vite e dalle personalità quasi del tutto antitetiche (Cate Blanchett e Vicky Krieps) ad andare a trovare la loro madre (Charlotte Rampling). Nel capitolo conclusivo, infine, due fratelli gemelli (Indya Moore e Luka Sabbat) si trovano nella difficile situazione di dover elaborare la morte improvvisa dei loro genitori.
La potenza delle parole (anche di quelle apparentemente più superficiali), la simbolicità di alcuni gesti, una sottile e mai eccessiva ironia, ma anche – e soprattutto – una malinconia di fondo che, man mano che ci si avvicina al finale, si fa sempre più presente. In Father Mother Sister Brother Jim Jarmusch si è avvalso proprio di tali elementi al fine di mettere in scena tre storie che hanno molti più fattori in comune di quanto inizialmente possa sembrare (come dimostrano oggetti o frasi che ricorrono costantemente in ogni capitolo), nonostante si svolgano in tre location differenti (Stati Uniti, Dublino e Parigi). Segno che a prescindere dal contesto in cui ci si trovi e dei differenti background famigliari certe dinamiche sono praticamente delle costanti quando si tratta di rapporti stretti come quelli qui descritti.
Particolarmente pregnante, in tal senso, è proprio il concetto di comunicazione/incomunicabilità, che, come possiamo vedere, trova maggiori difficoltà quando ci si relaziona a generazioni differenti dalle nostre (strappano più di una risata, a tal proposito, i goffi dialoghi con i genitori ormai anziani che hanno luogo nei primi due capitoli).
Jim Jarmusch, dal canto suo, è riuscito a evitare sapientemente ogni retorica dando vita a una delicata e mai banale riflessione sui rapporti famigliari, prediligendo, soprattutto per quanto riguarda i primi due episodi, la forma del Kammerspiel e studiando ogni singola inquadratura fin nel minimo dettaglio (particolarmente degne di nota, ad esempio, sono le rigorose scelte cromatiche o anche i plongé sui tavoli intorno a cui siedono di volta in volta i protagonisti). E così, al termine della visione, pur consapevoli di non trovarci davanti a un film “rivoluzionario”, restiamo comunque deliziati da un lungometraggio che di spunti di riflessione ne ha da offrire davvero tanti, e con una dolceamara sensazione di nostalgica malinconia ci sentiamo in qualche modo arricchiti.

Marina Pavido

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