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Grand Ciel

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VOTO: 8

Non è un cantiere per vecchi, ma neanche per giovani

Dopo aver destato un certo interesse all’82esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti, Grand Ciel di Akihiro Hata è in procinto di approdare nelle sale italiane, distribuito da No.Mad Entertainment a partire dal 5 marzo 2026.
L’ispirazione per il film – racconta il regista – nasce principalmente da un fatto di cronaca. Nel 2015, un lavoratore interinale senza documenti è morto sul posto di lavoro ed è stato dimenticato, scomparendo in una zona grigia da punto di vista legale. Nessuno si era accorto della sua assenza, nonostante lavorasse nel cantiere da diverse settimane. Come se nulla fosse, come se Mamadou Traoré non fosse mai esistito. Senza il lavoro di investigazione svolto dalla CGT (Confederazione Generale del Lavoro, il sindacato più importante di Francia) Mamadou Traoré, morto come lavoratore privo di documenti, sarebbe scomparso senza lasciare traccia.
Questa idea è diventata un’allegoria. Nel film le scomparse rappresentano l’alienazione, la cancellazione di sé dovuta alle pressioni e alla competizione sul lavoro e l’invisibilità dei lavoratori più precari. Per me il cinema ha il potere di rendere visibile l’invisibile: di mostrare ciò che non viene mostrato o ciò che non vogliamo vedere. Le scomparse in questo film incarnano il cinismo e l’orrore del mondo di oggi“.

Queste sono le dichiarazioni dell’autore, raccolte nei giorni che hanno preceduto l’anteprima stampa. Eppure il giovane Akihiro Hata, cineasta nato in Giappone ma formatosi in Francia (dove ha già realizzato diversi corti), nel videomessaggio di saluto fatto pervenire ai giornalisti italiani oltre all’importante episodio, di cui sopra, ha voluto condividere alcuni ricordi d’infanzia relativi al periodo nipponico, allorché con qualche coetaneo era solito introdursi di nascosto nei grandi cantieri edili. Lì, a quanto pare, lui e gli altri bambini restavano affascinati, irretiti e al contempo anche un po’ intimoriti, dallo spettacolo surreale offerto da tali (non) luoghi. Questa è senz’altro una chiave di lettura significativa, preziosa, qualora si voglia comprendere meglio le sottili (almeno quanto le polveri sospese in aria) inquietudini che un’opera cinematografica come Grand Ciel riesce a trasmettere.
Ci piace molto, infatti, quando un certo cinema d’impegno civile si appoggia ai generi, in particolare al fantastico, per parafrasare e veicolare l’urgenza di determinati temi sociali. Sono contaminazioni davvero feconde. E il pensiero corre qui a Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, laddove dalla spesso abusata prassi del “mafia movie” e nello specifico da un noto, grave fatto di cronaca i co-autori seppero trarre una parabola decisamente dark, dalle venature orrorifiche ed ectoplasmatiche piuttosto anomale, insolite, se rapportate a simili produzioni cinematografiche. Efficacissima, anche in quel caso, la contaminazione dei generi.

Quasi allo stesso modo Akihiro Hata ha saputo “amministrare” un dramma operaio le cui dinamiche possono ricordare Ken Loach, Robert Guédiguian, i fratelli Dardenne, innestandovi però sapientemente un retroscena immaginifico, metafisico, tenebroso. Nella fattispecie, il regista franco-nipponico pone al centro del racconto la figura di Vincent (Damien Bonnard), muratore dalla situazione contrattuale incerta che lavora di notte nel cantiere di un quartiere futuristico assieme a colleghi di varia nazionalità. Nel lungometraggio lampante è la denuncia dell’indifferenza di imprenditori, quadri intermedi e istituzioni, riguardo alle scarse condizioni di sicurezza (turni notturni massacranti, protocolli non rispettati) in cui quelli come Vincent e compagni sono costretti a lavorare. Se qualcuno poi protesta la dirigenza tenta di fargli terra bruciata intorno. Non a caso, quando in Grand Ciel un operaio scompare nel nulla, misteriosamente, per Vincent e gli altri è fin troppo facile sospettare che i superiori stiano tentando di nascondere un incidente. Classico “insabbiamento”, però… oppure operai trasformati (letteralmente) in sabbia? I dubbi sono tanti. Poiché le energie negative che circolano per il cantiere sembrano avere qualcosa di soprannaturale, perfetta allegoria in questo del carattere più cinico e distruttivo del capitalismo selvaggio di ieri e di oggi.

Akihiro Hata è decisamente abile nel tenere in piedi il doppio registro della sua opera. Appoggiandosi alla bravura e alla naturalezza degli interpreti, assicura intanto veridicità alle scene di lavoro, come pure alla dimensione privata degli operai e alle non sempre facili relazioni interpersonali che coinvolgono loro, le famiglie e i capi. Quando poi affiora la componente “mistery” del racconto, un’inquietudine quasi impalpabile si traduce strada facendo in un senso di orrore diffuso, incombente, che per la dimensione atmosferica e le così peculiari modalità rappresentative ci ha persino suggerito, saranno magari le analoghe coordinate etniche e culturali, un antecedente illustre: ossia le persone oscenamente trasformate in ombre sulle pareti, già viste in Kairo, piccolo capolavoro horror firmato nel 2021 da Kiyoshi Kurosawa.

Stefano Coccia

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