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Divine Comedy

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VOTO: 8

Attenti al cane: da Teheran è tutto!

Presentato in anteprima alla 82° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, distribuito nelle sale italiane dalla Teodora a gennaio e riproposto proprio in questi giorni sul grande schermo dall’Azzurro Scipioni di Roma, Divine Comedy (Komedi-e elāhi, 2025) è il quarto lungometraggio di Ali Asgari, uno dei più talentuosi cineasti iraniani contemporanei. Il regista può vantare un forte legame col nostro paese sin dalla formazione e dai suoi primi cortometraggi, sicché non essendo fattibile per lui spostarsi da casa in un momento così duro e difficile, per il popolo iraniano, ha fatto pervenire al pubblico dell’Azzurro Scipioni e al pubblico italiano in genere un accorato videomessaggio di saluto, del quale vi riportiamo volentieri un breve ma significativo estratto: “Io penso che gli spettatori in Italia conoscono molto bene il cinema, soprattutto il cinema d’autore. […] Alla fine ci tenevo a ringraziare i produttori italiani, Giorgio e Lorenzo. E anche la nostra distribuzione in Italia, Teodora: sono stati veramente molto bravi e gentili, con il nostro film, ci hanno aiutato a distribuirlo nelle sale italiane in questo momento molto importante per l’Iran. Spero di poter venire in Italia in un futuro più luminoso e bello e di poter parlare con voi di film e di altre cose belle. Vi ringrazio molto e vi auguro buona visione.

Davvero intelligente, arguta, ironica, sfacciatamente cinefila e invero depositaria di sane istanze libertarie, Divine Comedy è un’incalzante opera cinematografica che dietro il tono farsesco cela una tensione ideale fortissima, intessuta di critiche nei confronti dei grotteschi veti posti dalla censura iraniana e da un potere arroccato sulle proprie posizioni, critiche che però non hanno mai nulla di querulo o di gratuitamente polemico, calando al contrario sull’avversario con sorprendente eleganza, con una semplicità e un buonsenso così disarmanti da lasciare talora di stucco l’interlocutore di turno.

Abbastanza risaputo è che Ali Asgari in questa mordace commedia abbia sublimato le stesse peripezie cui andò incontro di persona, a suo tempo, nel tentativo di mostrare clandestinamente in patria il precedente film Kafka a Teheran (2023), ricorrendo a proiezioni private messe su non senza difficoltà e rischi nel periodo in cui le autorità locali gli avevano ritirato il passaporto. Suo alter ego sullo schermo è il protagonista Bahram, regista molto apprezzato all’estero ma che continua a battersi per realizzare le proprie opere in turco-azero, lingua minoritaria nel paese, allorché le autorità iraniane si rifiutano di farle poi proiettare regolarmente nei cinema; tale divieto viene ribadito più volte, all’inizio, nell’ipotesi che lui si ostini a non effettuare le riprese in lingua Farsi (quella persiana, maggioritaria, ritenuta da chi è al potere l’unica da favorire) e a non accettare la censura di determinate scene, ritenute non in sintonia con la morale promossa dal regime teocratico. Laddove anche la presenza in casa di un cane, animale ritenuto “impuro” dalle scritture, può dare scandalo.
Nelle sequenze iniziali vediamo il protagonista in sella a una Vespa, come a parafrasare il classico immaginario “morettiano” (ed è questa solo una delle tante, sapide citazioni cinematografiche presenti nel film), assieme alla propria produttrice Sadaf, la cui chioma azzurra da “punkettona” pare già di suo una sfida alle regole e ai costumi più rigidi imposti o almeno energicamente suggeriti dall’attuale governo. Stanno andando a chiedere per l’ennesima volta l’autorizzazione a proiettare il film. Ma l’intenso, parossistico dialogo tra Bahram e il censore, girato come altri momenti salienti del lungometraggio con camera fissa e in piano-sequenza, pare concludersi con l’ennesimo nulla di fatto. Sebbene Ali Asgari mostri già in fase di sceneggiatura una visione tanto matura, consapevole, da raffigurare il rappresentante governativo non come il classico bigotto ignorante, ma come una persona istruita che si interessa addirittura di Intelligenza Artificiale; semplicemente votata, però, tale figura, a non disattendere le istruzioni ricevute dall’alto, tant’è che lo zelo dell’uomo nel tentare di correggere la strada intrapresa dal regista testimonia, da solo, i limiti ivi posti a un reale confronto dialettico.

Rivelatrici e a tratti esilaranti sono gli incontri, le epifanie, cui andranno incontro Bahram e Sadaf nel prosieguo di tale sarabanda, condita di crescenti ironie e di gustosi momenti meta-cinematografici. Un arzigogolato percorso, il loro, sempre affrontato girando per la città su due ruote. Per approdare poi al climax della tanto agognata proiezione-semi-clandestina, all’interno di una casa privata, in cui tra humour e genuino pathos tutti i nodi vengono al pettine. Compresa l’apparizione del cane, la cui beffarda inquadratura finale sintetizza bene il logos di un’opera cinematografica che, quasi sussurrando, si limita a invocare libertà, normalità e dialogo, di fronte alle più elementari violazioni di tali concetti.

Stefano Coccia

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