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Il Testamento di Ann Lee

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VOTO: 8

Le danze e i canti di Ann

Uno dei film più accattivanti (e anche più sottovalutati) della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2025 è indubbiamente Il Testamento di Ann Lee (The Testament of Ann Lee), ultima fatica della regista norvegese Mona Fastvold, che, appunto, al Lido ha concorso per l’ambito Leone d’Oro, senza portarsi a casa, però, praticamente nessun premio, se non l’entusiasmo di chi ha avuto l’opportunità di visionarla in anteprima mondiale sul grande schermo.
Già, perché, di fatto, già dai primi minuti capiamo subito come Il Testamento di Ann Lee sia un lungometraggio “importante”, indubbiamente ambizioso nella sua maestosa messa in scena, ma anche estremamente raffinato, perfettamente adatto a ciò che ci aspetteremmo di vedere nell’ambito dell’importante concorso veneziano. E così, dunque, in questo suo lavoro, Fastvold ha deciso di raccontarci per immagini (e musica) la (quasi sconosciuta) storia di Ann Lee (impersonata da un’ottima Amanda Seyfried), nata a Manchester nel Settecento, da sempre molto religiosa, e con un matrimonio non troppo felice alle spalle, segnato anche dalla prematura morte dei suoi quattro bambini. La donna, dopo molte sofferenze, si dedicherà interamente alla religione, divenendo predicatrice e guida spirituale (conosciuta come Mother Ann), unendosi alla setta quacchera degli Shakers (chiamati così per le frenetiche danze da loro performate durante le preghiere), ed emigrando addirittura Oltreoceano, sperando di dar vita lì a una sorta di nuovo Eden. Come andrà a finire?
Proprio come è stato l’anno precedente, sempre a Venezia, per The Brutalist (realizzato dal marito di Mona Fastvold, Brady Corbet, che al film di sua moglie ha collaborato in veste di co-sceneggiatore), Il Testamento di Ann Lee ha innanzitutto sorpreso pubblico e critica per la sua importante durata, ma soprattutto per la coraggiosa messa in scena adottata dalla regista. Perfettamente in linea con la religione (e il modo di pregare) predicato da Ann Lee, infatti, grande protagonista del presente lungometraggio è proprio la musica (a opera di Daniel Blumberg). Una musica costante, frenetica, che insieme a una macchina da presa che non sta mai ferma e che in corpi danzanti, dettagli e intensi primi piani vede i suoi cavalli di battaglia, fa sì che la storia della leggendaria predicatrice possa trovare il proprio giusto compimento sul grande schermo.
Mona Fastvold, dal canto suo, nel mostrarci gli eventi esclusivamente dal punto di vista della protagonista, ha reso la sua storia anche incredibilmente attuale. Una storia che in uno spiccato femminismo si è rivelata subito accattivante, ulteriormente arricchita da una grande, grandissima attenzione nei confronti di dettagli e ambientazioni, così come da ottime performance attoriali (in molti a Venezia avevano dato quasi per scontata la vittoria di Amanda Seyfried) e da momenti di puro lirismo (lo stesso rapporto tra la protagonista e suo fratello è qui messo in scena in modo particolarmente tenero e poetico).
Un film, dunque, che di certo, al termine della visione, non può lasciare indifferenti, questo Il Testamento di Ann Lee. E anche se in molti sono stati “intimiditi” dalla sua importante durata, bisogna riconoscere alla presente opera un’indubbia qualità artistica, oltre alla sempre gradita voglia, da parte della regista, di cercare costantemente nuovi linguaggi cinematografici. E questa, si sa, non è mai cosa da poco.

Marina Pavido

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