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Intervista a Massimiliano Rossi

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L’attore campano ci svela, partendo da “Comandante”, il proprio rapporto col cinema

Lo abbiamo visto in film come Cecilia di Antonio Morabito, Il resto di niente di Antonietta De Lillo, Mozzarella Stories di Edoardo De Angelis, Falchi di Toni D’Angelo, Il primo re di Matteo Rovere, Mai per sempre di Fabio Massa, più di recente anche in due piccoli capolavori (almeno agli occhi di chi scrive) come Il cattivo poeta di Gianluca Jodice e Comandante dello stesso De Angelis.
Napoletano DOC, con importanti esperienze teatrali e televisive che scorrono in parallelo a quelle cinematografiche, Massimiliano Rossi è tra gli attori che nel panorama italiano si stanno maggiormente imponendo per bravura, versatilità, passione artistica e maturità caratteriale. Abbiamo approfittato volentieri, pertanto, del fatto che proprio a lui sia stato chiesto di accompagnare come ospite Comandante al Guerre&Pace Filmfest 2025, svoltosi nella seconda metà di luglio a Nettuno, per presentare al pubblico il film. Ne è nata così questa interessante, stimolante conversazione!

D: Quello con il regista Edoardo De Angelis è un sodalizio di antica data. Come vi siete incontrati e come è andata sviluppandosi la vostra collaborazione artistica?
Massimiliano Rossi: L’incontro con Edoardo De Angelis è avvenuto tanti, tanti anni fa. Eh, una vita fa! La prima volta in cui ci siamo incontrati è stata a teatro. Ha visto alcuni spettacoli cui io partecipavo. In una di quelle occasioni mi disse che aveva sempre pensato a me, per il personaggio che ho poi interpretato in Mozzarella Stories. Stiamo parlando del tempo in cui lui era ancora al Centro Sperimentale e invece io ero un attore, diciamo così, “di cantina”, facevo spettacoli off-off!

D: Come ha inciso la tua formazione teatrale nei ruoli interpretati poi al cinema o in televisione?
Massimiliano Rossi: Io non so quale sia davvero la differenza tra il teatro e il cinema. Sicuramente il denominatore comune è l’esercizio, la pratica; quindi, che si tratti di cinema o di teatro, la questione fondamentale è il gioco. Sicuramente i miei molti anni di teatro mi avranno reso un mediocre, ma un “mediocre colto”; quando cioè il teatro lo fai spesso, praticamente tutti i giorni, comincia a diventare qualcosa che somiglia a un mestiere.

D: Come ti sei preparato a interpretare il ruolo di un militare, Vittorio Marcon, in Comandante? E che indicazioni vi ha dato il regista, per mettere a fuoco ciascun personaggio in una situazione così claustrofobica?
Massimiliano Rossi: Per quanto riguarda la preparazione del personaggio di Marcon, innanzitutto è stato un onore grandissimo per me poter affrontare un dialetto che non fosse il mio. Non ho mai imitato nessuno, non ho mai avuto alcuna propensione nell’aver orecchio, nell’imparare, nel riprodurre dialetti, linguaggi, suoni, parole. Però in questo caso, vistomi costretto, sono rimasto innanzitutto ammirato e folgorato dal coraggio di De Angelis, quando mi ha chiesto di fare ciò: essendo un attore che viene spesso identificato col suo aspetto vernacolare, partenopeo, il fatto di potermi confrontare con qualcosa del genere è stato già notevole di suo. Poi il veneto lo amavo particolarmente, avendo già in me una lingua teatrale come il napoletano. A livello tecnico io ho chiesto semplicemente di non imparare il dialetto, ma di imparare solo le linee della sceneggiatura, solo le frasi, perché quello mi è sembrato il miglior modo di iniziare. Non avevo il coraggio di entrare subito in una mentalità, in una sonorità, perciò ho chiesto di imparare solamente le battute, da lì poi ho cercato di ricostruire una sorta di linguaggio. La cifra linguistica del dialetto è comunque qualcosa che appartiene alla nostra parte più intima, è il linguaggio della madre, per cui ho cercato di riprodurre quel tipo di estemporaneità.
Riguardo alla questione della claustrofobia, sinceramente non ricordo le circostanze, è il corpo che si adatta e deve adattarsi. Quindi, al di là delle indicazioni, bisogna proprio abituarsi a essere in contatto fisico con gli altri. E questo era anche un po’ disinibente. C’era una distanza talmente ravvicinata, che a volte non si distingueva la semplice vicinanza da un abbraccio. A parlare è la necessità, no? Il cinema spesso è un luogo. Cioè, il cinema è luce che illumina un luogo o degli esseri umani, quindi bisogna adattarsi alla luce e al luogo stesso.

D: Come è stato il rapporto sul set con un grande interprete come Pierfrancesco Favino?
Massimiliano Rossi: Favino è un uomo superiore, ma lo dico anche con un po’ di invidia: una persona che ha mille qualità, quella più grande in suo possesso è proprio l’umanità, l’essere così disponibile, così affettuoso, così allegro. E quindi per me è stato il miglior compagno possibile.

D: Non solo Comandante, ma anche Il cattivo poeta su D’Annunzio… tra i tanti set cinematografici da te frequentati ve ne sono alcuni che chiamano in causa la grande Storia, come anche il classico film in costume. In casi del genere si avverte da attore una fascinazione particolare, forse più intensa?
Massimiliano Rossi: Oggi, alla mia età, ho cominciato a comprendere, a capire, a pensare che spesso il miglior modo per guardare alla Storia è proprio il Cinema. Il cinema, cioè, è uno strumento che non è solo artistico, ma serve a ricostruire il passato. E quando la ricostruzione viene fatta da persone coscienziose, allora è un passato molto credibile. Credo che questo sia un valore aggiunto, per cui più si andrà avanti più il cinema ricoprirà questo ruolo di farci scoprire il nostro passato.

D: Per finire, che ricordi hai dell’accoglienza riservata a Comandante alla Mostra del Cinema di Venezia? E quali impressioni sei andato ricavando, invece, dal festival così particolare che si tiene a Nettuno?
Massimiliano Rossi: L’accoglienza del film nei vari festival di solito è ottima. A Nettuno mi sono trovato molto bene, anche perché sono amante del Lazio, della costa laziale, di quegli stessi posti dove ho girato anche altri film. Quello di Nettuno poi è un bel festival perché è un festival piccolo, sentito, la gente si riunisce proprio con la voglia di stare insieme e guardare un’opera. Per quanto riguarda la Mostra del Cinema, Venezia è un bel posto perché ci si incontra, io però non amo come si affrontano certe formalità. Ricordo che per quanto riguarda Comandante ho fatto la conferenza stampa anch’io e poi mi hanno messo in platea. Ora, io non sono uno che vuole determinati posti ed essere in preminenza, ma è per dire che nei grandi festival si perde anche l’educazione, in certi casi; consideriamo pure che nel film ero uno dei primi ruoli e in sala non ne hanno assolutamente tenuto conto. Lo ripeto, anche a me stesso, non è perché io chissà dove voglia stare, ma è anche un po’ una questione di forma. Cioè sono festival, questi considerati grandi, che sinceramente finiscono per ribadire il fatto che il nostro cinema sia in perenne crisi. Prima festival del genere davano spazio, visibilità, anche allo star system, adesso lo star system viene circoscritto a pochissimi personaggi, i protagonisti, mentre gli altri sono quei salvagente, braccioli, canotti che vagano per la laguna e servono solo ogni tanto. Io credo che ciò sia fondamentalmente sbagliato, valendo anche da specchio di quella politica verticistica che c’è in Italia, per cui ce n’è uno che deve campare bene e tutti gli altri devono inseguire al massimo la sopravvivenza, sia dal punto di vista morale che da quello pratico. Basta guardare cosa succede in America dove ancora vendono prodotti e questi non vengono semplicemente sovvenzionati dallo Stato, come succede da noi, per cui ad esempio quando ci sono le conferenza stampa solitamente ci trovi tutto il cast. Qui in Italia invece c’è questa cosa che a presenziare sono pochi, sono esclusivi, sono chiaramente tutti romani. Perché questo è il nostro sistema. Quindi sinceramente preferisco Nettuno a Venezia.

Stefano Coccia

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