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Il male non esiste

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VOTO: 8

La terra della discordia

«Il critico deve educare il pubblico, l’artista deve educare il critico». È quanto sosteneva Oscar Wilde a proposito del rapporto che si dovrebbe venire a instaurare tra le tre parti notoriamente chiamate in causa. Ryusuke Hamaguchi pare averlo preso in parola, dato che con i film da lui diretti sino ad oggi, compresi i pluridecorati Il gioco del destino e della fantasia e Drive My Car, è sempre riuscito a metterle d’accordo, creando un ponte attraverso cui fare scaturire uno scambio reciproco in grado di arricchire tutte le figure coinvolte. E non è da meno la sua ultima fatica dietro la macchina da presa, la nona in carriera, battezzata dal regista giapponese con il titolo Evil Does Not Exist.
La pellicola, prossimamente nelle sale nostrane con Teodora Film dopo un importante tour festivaliero che dal concorso di Venezia 80 farà poi scalo nelle kermesse di Londra, Toronto e New York, ci porta in piccolo paradiso terrestre messo in pericolo dal cinismo di chi pensa solo agli affari e al loro ritorno economico. Siamo in quel di Mizubiki, nei pressi di Tokyo. Qui abitano il tuttofare Takumi e sua figlia di sei anni Hana. Come altre generazioni prima di loro, conducono una vita modesta assecondando i cicli e l’ordine della natura. Un giorno, gli abitanti del villaggio vengono a conoscenza del progetto di costruire, vicino alla casa di Takumi, un glamping, inteso a offrire ai residenti delle città una piacevole fonte di “evasione” nella natura. Quando due funzionari di Tokio giungono al villaggio per tenere un incontro, diventa chiaro che il progetto avrà un impatto negativo sulla rete idrica locale, e ciò causa il malcontento generale. Le intenzioni contraddittorie dell’agenzia mettono in pericolo sia l’equilibrio ecologico dell’altopiano sia lo stile di vita degli abitanti, con profonde ripercussioni sulla vita di Takumi.
Con Evil Does Not Exist (la titolazione italiana traduce fedelmente), Hamaguchi partorisce la sua personale parabola ecologista che strada facendo si apre a macchia d’olio ad altre tematiche dal peso specifico rilevante, allargandone di fatto gli orizzonti narrativi e drammaturgici. Pratica piuttosto ricorrente e caratterizzante del e nel modo di fare e concepire la Settima Arte da parte del regista nativo di Kawasaki, che è solito generare una serie di one-lines che assomigliano a cerchi concentrici che consentono al racconto di stratificarsi. Si parte infatti dal tema dell’ambiente e della sua salvaguardia contro il pericolo dell’inquinamento e della speculazione edilizia e si arriva a parlare della capacità di eseguire compiti semplici e senza tempo, del primato degli istinti genitoriali e della crescente difficoltà di vivere in armonia con la natura stessa. Nel mezzo un fitto botta e risposta che genera a sua volta una chirurgica e approfondita riflessione su come la vita di un luogo bucolico immerso tra i boschi e le montagne venga minacciato da cinici promotori urbani, innescando dinamiche di potere tra gli abitanti del villaggio una società per lo sviluppo immobiliare.
Hamaguchi porta sullo schermo questa lenta e inesorabile battaglia fisica e psicologica tra i due fronti, che dopo il giro di boa della prima delle due ore a disposizione assume i contorni e le sembianze di una tragedia umana, quella individuale della famiglia del protagonista e quella collettiva della comunità che la ospita. Si assiste a una svolta drammatica nell’ultima parte della timeline che vede la temperatura emotiva raggiungere sempre più velocemente un picco febbrile con un epilogo spiazzante e improvviso che entra a gamba tesa sia sul pubblico che sui personaggi coinvolti. Un epilogo fulminante al quale toccherà allo spettatore di turno dare un senso e una risposta. Il cineasta giapponese lascia infatti al fruitore l’ingrato compito di interpretare cosa accadrà nello spiazzante epilogo.
Hamaguchi disegna le traiettorie di questo dramma con una regia precisa e misurata, rigorosa, scarna ed asciutta dal punto di vista formale. Incasella ogni singola immagine in quadri essenziali, il più delle volte fissi o con movimenti lineari che assecondano i movimento nello spazio dei personaggi. Il tutto pienamente al servizio loro e di un plot che non ammette distrazioni.

Maria Lucia Tangorra

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