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L’inconnue

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VOTO: 7

Non esattamente quel pazzo venerdì

Arthur Harari firma il suo ritorno a Cannes adattando per il grande schermo la sua stessa graphic novel, intitolata Il Caso David Zimmerman, e conquistandosi il posto in concorso che molti ritenevano gli spettasse per il precedente Onoda — 10.000 notti nella giungla, scelto invece per aprire la sezione Un Certain Regard dell’edizione del 2021. Per Harari il cinema è una questione di famiglia: dopo il contributo all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale di Anatomia di una caduta, la Palma d’Oro della moglie Justine Triet, questa volta collabora con i fratelli Lucas e Tom, rispettivamente co-sceneggiatore e direttore della fotografia.
Nel contesto di un 79° Festival di Cannes dove non sono molti i titoli in grado di lasciare un segno duraturo, soprattutto per quanto riguarda il concorso, sorprende constatare come L’inconnue (The Unknown) sia stato accolto da buona parte della critica con una freddezza quasi spazientita. Eppure, al netto di una durata eccessivamente dilatata e di una narrazione volutamente erratica, è difficile ignorare quanto il film di Harari sia probabilmente il progetto più stimolante e apertamente autoriale del contingente francese. Un body swap esistenziale e paranoico, che estrapola questo peculiare sottogenere fantasy dalle convenzioni di intrattenimento a cui è comunemente associato, per trasformarlo in uno spiazzante studio sull’identità.
All’inizio della storia, David Zimmerman è semplicemente un fotografo depresso, uno di quei personaggi che sembra dover ancora prendere in mano le redini della propria esistenza. Interpretato da Niels Schneider con un’inquietudine che richiama apertamente il David Hemmings di Blow-Up, David incrocia a una festa lo sguardo di una donna misteriosa che riconosce essere già stata in precedenza l’oggetto del desiderio della sua macchina fotografica. Le circostanze del fugace incontro che si consuma poco dopo in una stanza appartata, sono losche, ma è difficile biasimare David quando si tratta di Léa Seydoux. Lo scambio avviene attraverso il sesso — insomma, non esattamente Quel pazzo venerdì — dinamica che L’inconnue si guarda bene dal trattare come un semplice espediente erotico o ludico. La totale mancanza di convenevoli non è infatti l’unica cosa ad apparire strana della loro unione: l’orgasmo è fin troppo dirompente, quasi come se nel corso della costruzione del climax i due fossero scivolati in una dimensione onirica parallela. Presto detto, quando David si risveglia, qualcosa è irrimediabilmente cambiato: si trova nel corpo della donna. La trasformazione è comprensibilmente destabilizzante, e l’incertezza dei primi passi all’interno di questa nuova pelle vengono filmati con una qualità procedurale che soddisfa la necessità di realismo dettata da una storia che mira a coinvolgere emotivamente in questo atipico scenario.
Da questo punto di partenza, Harari spedisce David-Seydoux alla disperata ricerca del proprio corpo, suggerendo fin da subito, grazie alle sole atmosfere, che esistano ben poche possibilità di ripristinare l’ordine naturale delle cose. Harari costruisce una nebbia di paranoia fin dalle primissime immagini, l’unica atmosfera possibile per approcciare un film che racconta di personaggi impossibilitati a sentirsi sé stessi dentro la propria pelle. In tutto questo, la dissociazione non è mai spettacolarizzata, ma resta dolorosamente concreta, perfino banale nella sua assurdità. Un dolore sommesso, condiviso solamente con le persone che hanno subito lo stesso destino, all’interno di una società che non riuscirebbe a comprendere. Dove alcune persone potrebbero dirsi deluse, questa promessa di realismo nasconde sotto la superficie una moltitudine di implicazioni che risulterebbero stimolanti per qualsiasi attore, e la grande fortuna di Harari è avere nel cast Lea Seydoux — quest’anno presente in ben due titoli in corsa per la Palma d’Oro — sulle cui spalle poggiano i complicati stati d’animo che questo scenario produce. Lea Seydoux è David Zimmerman, ma è anche Eva — questo il nome del nuovo corpo di David — e ad essere precisi è anche la diabolica entità che si diverte a seminare il panico separando le anime dai propri corpi dopo averle adescate.
La nostra mente suggestionata di colpo viaggia, cercando di pensare a quali persone con cui abbiamo incrociato lo sguardo possano essere state vittima dello stesso destino. A differenza di Jonathan Glazer in Under the Skin, un altro titolo dall’anima affine a L’inconnue, Harari abbandona presto la prospettiva aliena, rifiutando di interrogarsi sulla logica dell’evento scatenante per concentrarsi sulle conseguenze psicologiche. Harari è meno interessato alla suspense che al tratteggiare un velenoso studio caratteriale rinvigorito da una dinamica atipica. Il torpore ipnotico indotto dalla colonna sonora, elemento che intossica la narrazione e uniforma il ritmo, contribuisce al successo della causa. Manca leggermente il bersaglio quando si tratta di approfondire i rapporti, ma l’intento è apprezzabile, e in presenza di un finale più strutturato si sarebbe potuto parlare di un grande film. L’inconnue è una distopia di identità fuori asse, di corpi che sono in realtà involucri, di desideri che le circostanze etichettano come contro natura. Una volta stabilito che l’assurdo è ormai la normalità per i personaggi, resta il torpore Nessuna nessun inseguimento al cardiopalma, nessuna rassicurante spiegazione, nessun colpo di scena con il potenziale di ribaltare dalla poltrona. Certo, 139 minuti sono molti per una storia che rifiuta di elaborare sulla propria premessa narrativa, e di conseguenza il film rischia di indugiare troppo nel suo funzionale stato di sospensione, chiedendo allo spettatore una pazienza che solo a tratti viene ricompensata con la stessa intensità emotiva. D’altro canto, è nella volontà di ritrarre il disagio senza addomesticarlo, non avendo paura di puntare tutto su implicazioni sotterranee e stati d’animo ambigui, che L’inconnue trova la sua ragione di esistere, e il suo addentrarsi in una metempsicosi slegata dalla religione risulterà senza dubbio soddisfacente a molti. Siamo persone diverse in base all’identità che assumiamo? Oppure è l’identità ad essere subordinata alle nostre scelte.
L’inconnue non cerca davvero risposte a queste domande ricorrenti nel cinema, sollevate recentemente, per esempio, da Hit Man di Richard Linklater in chiave decisamente più umoristica e spensierata. Lascia soltanto addosso una sensazione perturbante, quella di aver guardato troppo a lungo dentro qualcosa di intimo e proibito, che è destinato a non essere mai compreso del tutto.

Alessio Vinciguerra

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