End of Justice – Nessuno è innocente

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Giudizio immediato e sommario

Dan Gilroy ci riprova e come dargli torto visto quello che era stato capace di portare sul grande schermo nel 2014 con il folgorante Nightcrawler, del quale oltre allo script aveva firmato anche la regia. A tre anni di distanza, lo sceneggiatore californiano ha deciso di tornare dietro la macchina da presa per dirigere End of Justice – Nessuno è innocente (Roman J. Israel, Esq. nella sua versione originale), che dopo la presentazione al Toronto International Film Festival 2017 è approdato in Italia per aprire ufficialmente la nona edizione del Bif&st a un mese circa dall’uscita nelle sale nostrane con Warner Bros.
A malincuore, purtroppo, l’opera seconda di Girloy non conferma quanto ammirato nel suo esordio alla regia, abbassando e non di poco l’asticella appena al di sotto della soglia della sufficienza con un film che fa della discontinuità, tanto nella scrittura quanto nella messa in quadro, il suo tallone d’Achille. E sottolineiamo a malincuore perché la visione di End of Justice, nonostante i limiti riscontrati, ha messo in evidenza anche una serie di elementi di valore che avrebbero potuto alimentare il risultato finale, a cominciare dalla presenza nel cast del solito sontuoso Denzel Washington, qui alle prese con l’ennesima performance maiuscola della sua straordinaria carriera, che gli è valsa la doppia nomination agli Oscar e ai Golden Globes 2018. L’attore si cala con la sua straordinaria capacità camaleontica in un personaggio complesso come quello di Roman, un avvocato eccentrico con un passato da attivista per i diritti civili, sempre attento alle cause dei più deboli. Tuttavia, l’idealismo che l’ha sempre contraddistinto viene messo in discussione quando, in seguito all’improvvisa morte del suo socio, gli viene offerto un posto in un prestigioso studio legale, a patto di occuparsi di un caso dalle implicazioni torbide. L’attore statunitense si cuce addosso il personaggio e la sua fisicità, curandone ogni minimo dettaglio, restituendo sullo schermo vizi e virtù di una figura costretta a cambiare pelle in un battito di scene. E sono proprio queste repentine e incontrollate mutazioni a depotenzializzare tanto la one line del personaggio in questione, quanto il quadro generale drammaturgico e narrativo dove questa nasce, si sviluppa e si va ad esaurire. Ciò determina uno scollamento tra il modo in cui Washington da forma e sostanza al personaggio a lui affidato e come questa, suo malgrado, va a perdere forza a causa di un disegno imperfetto e discontinuo del personaggio stesso da parte di chi lo ha disegnato in fase di scrittura. Quel qualcuno è lo stesso Girloy che delinea i contorni di un “angelo” che finisce con lo sporcarsi le ali per poi provare a ripulirsele quando ormai è troppo tardi. Figura, questa, che serve al regista e sceneggiatore americano per raccontare, attraverso la sua involuzione, la perdita di purezza di un uomo che cede alle debolezze e alle tentazioni a causa del “Dio Denaro”, quest’ultimo carnefice spietato capace di piegare convinzioni e sani principi. Un’involuzione, quella di Roman, che serve a Girloy per provare a puntare il dito contro le falle e le mostruosità di un Sistema giuridico che finisce con il fagocitare chiunque, anche colui che prova a migliorarlo.
A End of Justice, dunque, non bastano i buoni propositi e l’ennesima interpretazione maiuscola del suo protagonista per risalire la china. Le mancanze della scrittura si riflettono fisiologicamente sulla trasposizione e di conseguenza sulla timeline. In particolare, quando il filone legal e crime rappresentano il motore portante il tutto più o meno tende a funzionare, a differenza di una parte centrale dedicata alla mutazione fisica e psicologica del personaggio decisamente più debole. Lì l’architettura del racconto mostra tutte le sue fragilità strutturali, accumulando una zavorra di scene e digressioni che non fanno altro che gonfiare il minutaggio e appesantire la fruizione. Anche la confezione, nonostante ingredienti di pregio come la fotografia e il montaggio, riescono a risollevare la situazione, con Girloy che rispetto a Nightcrawler sembra avere esaurito il bagaglio di soluzioni visive a disposizione, firmando una regia esteticamente meno di impatto.
A questo punto, al netto delle due prove sino ad ora sostenute dietro la macchina presa, così diverse l’una dall’altra per quanto concerne gli esiti, non ci resta che attendere la prossima e imminente (uscita prevista a ottobre) dal titolo Velvet Buzzsaw, il thriller targato Netflix dalle venature horror con il quale l’autore tornerà a lavorare con Jake Gyllenhaal. Solo allora avremo elementi a sufficienza per capire se il Girloy regista vale più o meno quanto il Girloy sceneggiatore. Al terzo atto l’ardua sentenza.

Francesco Del Grosso

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