Nato a Casal di Principe

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7.0 Awesome
  • voto 7

La realtà e il suo doppio

Correva l’anno 1989. Il giovane Paolo Letizia – fratello dell’attore Amedeo Letizia, tra i protagonisti delle serie tv I Ragazzi del Muretto – viene misteriosamente rapito da alcuni uomini incappucciati. Suo fratello, tornato appositamente da Roma, inizierà una lunga ricerca al fine di trovare il ragazzo e di dare una spiegazione alla sua scomparsa. Solo molti anni dopo verranno individuati i mandanti del rapimento – e del successivo omicidio – del giovane. Appartenenti al clan dei Casalesi, verranno processati e condannati soltanto nel 2014. E così, dopo molti anni da questo drammatico evento, si è sentita la necessità di dar vita a una sorta di film-riscatto, o meglio, a un film che omaggi la memoria del giovane Paolo Letizia e che, allo stesso tempo, stia a denunciare realtà come quelle della camorra. Il lungometraggio in questione è Nato a Casal di Principe, diretto da Bruno Oliviero e prodotto dallo stesso Amedeo Letizia, il quale, dopo la scomparsa del fratello, non ha più proseguito la carriera di attore.

Un prodotto particolarmente interessante, dunque, questo Nato a Casal di Principe. Se si vuol pensare, infatti, alla carriera e alla formazione del regista, di certo venire a conoscenza del suo importante passato da documentarista può regalarci una buona chiave di lettura dell’intero lavoro. A metà strada tra il fatto di cronaca e il film che, appunto, ci racconta storie legate alla camorra, questo ultimo prodotto di Oliviero lavora perlopiù di sottrazione, evitando accuratamente ogni manierismo riguardante i generi sopracitati e seguendo con fare zavattiniano non solo il personaggio di Amedeo Letizia durante le sue ricerche, ma anche, di volta in volta, della di lui madre, del padre, del fratello e via dicendo.
Il risultato finale è un film che racconta non solo un triste fatto di cronaca, ma anche una sorta di racconto universale, una storia accaduta quasi trent’anni fa, ma che sarebbe potuta accadere anche al giorno d’oggi. Non ha paura, dunque, Oliviero, di scardinare ogni preesistente cliché. Non ha paura di far emergere, anche in maniera quasi “prepotente”, il suo passato da documentarista. Ciò che assolutamente vuole è creare qualcosa di totalmente soggettivo, mettere in scena un fatto particolarmente sentito così come – si pensa – i protagonisti lo abbiano vissuto in prima persona. Realista quasi all’estremo, dunque, ma anche, a suo modo, subordinato alla realtà dei fatti. Ed ecco che, così, entra in campo il metacinema stesso, che , appunto, sta a ricordarci che, per quanto si voglia rendere una cosa il più fedele alla realtà possibile, il vero svolgimento dei fatti è quasi sempre molto diverso rispetto a come ce lo siamo figurato. A tal fine, Oliviero ha dato vita al momento probabilmente più suggestivo di tutto il lungometraggio, ossia il finale stesso, quando vediamo, attraverso i vetri della finestra, la famiglia Letizia – rassegnata e speranzosa allo stesso tempo – accingersi a iniziare la cena, per poi vedere la telecamera allontanarsi pian piano fino a inquadrare, grazie a un ben riuscito dolly, l’intero set cinematografico, con tanto di luci e attrezzature di ogni genere. E l’elemento metacinematografico, si sa, rappresenta spesso un valore aggiunto, soprattutto quando l’intero lavoro in sé è già più che soddisfacente, come nel nostro caso.

Marina Pavido

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