Cyrano mon amour

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Arte, specchio di Vita

Se l’esistenza, spesso, altro non è che una commedia dell’assurdo, anche la creazione artistica non potrà che esserne il frutto conseguente. Da questa massima, tanto ovvia quanto in fondo gradevole, si dovrebbe partire per godersi la visione di questo Cyrano mon amour, esordio registico sulla lunga distanza dell’attore transalpino Alexis Michalik. Il quale, non a caso, si ritaglia una parte di una certa importanza anche nel suo film.
Siamo dunque a Parigi, mentre sull’Ottocento sta per calare il sipario. Per assonanza di metafora anche la forma artistica chiamata teatro non se la passa molto bene, così come il personaggio principale di questa ricostruzione cinematografica, ovvero il poeta e drammaturgo Edmond Rostand, colto da una quantomai prolungata crisi d’ispirazione dopo opere accolte in maniera a dir poco controversa. La conoscenza del famoso attore teatrale Constant Coquelin, tramite una bonaria intercessione della leggendaria Sarah Bernhardt, porta Edmond a dover scrivere una pièce senza avere alcuna idea per la testa. Troverà allora improvvisa ispirazione grazie ad un magnanimo barman di colore, che gli farà comprendere come sia sufficiente guardarsi attorno per partorire la commedia richiesta da Coquelin. Così nacque, secondo la vulgata promulgata dal film, la celeberrima versione teatrale di Cyrano de Bergerac.
Possono esserci due modi per approcciarsi alla visione di Cyrano mon amour. Il primo è rimanere un po’ infastiditi dalla presunta auto-referenzialità dell’intero progetto, sorta di giochino in costante parallelo tra cinema e teatro, dove il primo cerca di riprodurre le circostanze che hanno condotto alla creazione del secondo attraverso un processo quasi osmotico. Il secondo modo – che è quello da noi sposato in questa recensione – consiste invece nell’abbandonarsi senza soverchi timori al piacere della citazione, della ricostruzione filologica e delle varie situazioni sempre piene di affettuosa empatia verso una “belle epoque” della quale, oggi, si cerca di mantenere in vita un ricordo gioioso ancorché velato di nostalgia. Se si fanno proprie tali premesse, la visione di Cyrano mon amour – ma il titolo originale recita, è proprio il caso di dirlo, Edmond, in ossequio alla figura centrale del cosiddetto creatore – non potrà in alcun modo condurre a delusione. Perché la Parigi ricreata scenograficamente è sfarzosa quanto basta; e soprattutto perché il lungometraggio non trascura affatto di mettere in scena istanze affatto banali sulle modalità bislacche in cui la vita vissuta finisce con l’essere immortalata prima sulla pagina scritta, quindi in quell’agone tracimante di vita che si può considerare il Teatro ai suoi massimi livelli. Per la buona riuscita dell’insieme era certo indispensabile un gioco attoriale di primo livello; fattore che Michalik riesce ad ottenere senza troppa apparente fatica grazie a perfomance notevoli ottenute da un cast benissimo amalgamato in cui spicca il Constant Coquelin interpretato dal sempre affidabile Olivier Gourmet di dardenniana memoria (su tutti Il figlio, 2002). E dove lo stesso Michalik, per svelare il mistero, si ritaglia il ruolo di un altro commediografo di successo dell’epoca come Georges Feydeau. Senza trascurare intelligenti e poetiche scelte di regia come quella di girare in esterno l’atto finale dell’opera, per poi ritornare nuovamente, con uno scarto pressoché impercettibile, su quel palco epicentro di ogni cosa.
La zona di pertinenza è forse la medesima; e tuttavia Cyrano mon amour possiede l’abilità di tenersi lontano dalle furbe strizzatine d’occhio di uno Shakespeare in Love (1998) di John Madden. Se sussiste un residuo di intellettualismo, esso viene messo in secondo piano da una costruzione narrativa che non trascura di dare spessore narrativo ad alcuna figura. Ivi compresi fanciulle emancipate a cui il ruolo di semplice musa sta decisamente stretto e uomini di colore perfettamente in grado di affermare le proprie, peraltro giustissime, convinzioni anche in ambienti ostili. E se il progresso si affacciava con prepotenza persino a fine Ottocento, non si vedono i motivi per dovrebbe essere cacciato indietro ora, sul finire di questa, discutibilissima, decade 2.1.

Daniele De Angelis

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