Criminal

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6.0 Awesome
  • voto 6

Vivere e morire più volte

Probabilmente un lungometraggio come Criminal, al di là delle sue imperfezioni, meriterebbe più un saggio d’approfondimento che una semplice recensione. Magari per provare a comprendere meglio certi fantasmi che sembrano agitarsi nella società statunitense – e di riflesso nel cinema a stelle e strisce, soprattutto di genere – come il timore di perdere la propria identità, sacrificata sull’altare del terrore nei confronti di un terrorismo pronto a mimetizzarsi ovunque ed a colpire quando meno lo si aspetta. Nascono così fanta-opere che raccontano di travaso di anima e memoria, atte a disinnescare la paura fatale della morte; Self/less di Tarsem Singh ne era stato un esempio recente, seguito subito dopo appunto da Criminal. Oltre alla presenza nel cast di Ryan Reynolds, molte sono le affinità tra i due film: in primis il passaggio della personalità di un uomo in quelle di un altro essere umano, destinato a creare un corto circuito dagli esiti del tutto imprevedibili. Entrambe le opere soffrono poi di problemi di indirizzo narrativo, poiché la parte introspettiva, prevalente almeno sulla carta della sceneggiatura, deve per forza di cose lasciare il posto all’azione, aspetto certamente gradito agli appassionati del genere. Rispetto a Self/less – e non è che ci volesse poi molto – Criminal risulta più equilibrato nella fusione di questi elementi, pur lasciando adito a diversi dubbi sulla irreprensibilità dello script.
La trama vede un super agente C.I.A. (Ryan Reynolds) – depositario di un’infinità di determinanti segreti nella lotta, per l’appunto, al terrorismo internazionale – perire a seguito di una delicata missione andata evidentemente male. Una volta recuperato il corpo il suo superiore Quaker Wells (Gary Oldman) lo affida al fantomatico dottor Franks (Tommy Lee Jones), scienziato che da anni sta mettendo a punto un sofisticato sistema per innestare la memoria di persone decedute su esseri viventi. La cavia da lui prescelta per questa prima sperimentazione – senza peraltro molte spiegazioni alla base di questa curiosa decisione – è il detenuto Jericho Stewart (Kevin Costner).  Da qui in poi, con la regia di Ariel Vromen disperatamente tesa a vivificare al massimo delle potenzialità qualsiasi sequenza d’azione, Criminal si ridurrà ad un prevedibile susseguirsi di complotti e colpi di scena, tanto telefonati per coloro che hanno dimestichezza con il genere – gli echi classici sono del resto evidenti – da non poter nemmeno essere compiutamente definiti come tali. Ovviamente intervallati da quei momenti di riflessione sulla “questione identitaria” del personaggio di Jericho, che vanno a costituire gli aspetti maggiormente riusciti di un film sin troppo combattuto nei suoi molteplici cambi di rotta narrativi. A patire in misura maggiore di ciò è proprio il personaggio di Jericho – al quale non giova l’interpretazione abbastanza monocorde di Costner, ma non è che sia una novità… –  in teoria novella creatura di Frankenstein catalizzatrice di sofferenze e deputata all’incontro con nuove ed inedite emozioni, ma in realtà più personaggio monodimensionale in stile rambistico che eroe dilaniato da dubbi interiori. Anche il rapporto con la famiglia del defunto, composta da bellissima moglie (Gal Gadot, la Wonder Woman di Batman v Superman: Dawn of Justice) e figlioletta, non è ben risolto dal punto di vista emozionale perché affrettato e poco credibile il modo in cui Jericho riesce a guadagnarsi la loro fiducia. C’era molto più pathos, ad esempio, nelle poche sequenze del Robocop primigenio (1987) in cui nel cyborg si facevano spazio i ricordi del passato; in Criminal tutto questo è dato per scontato, quasi in modalità di default. Ed è, al tirar delle somme, una pecca grave per un film che lascia lo spettatore del tutto confinato nel proprio ruolo di osservatore esterno, privato di quell’empatia necessaria ad una partecipazione attiva.
Da una produzione senza dubbio di alto profilo a partire dal cast nonché da un regista come Ariel Vroman – autore del buon The Iceman (2012), opera che Criminal ricorda da vicino nelle esplosioni improvvise e incontrollate di violenza fisica – era senz’altro lecito attendersi qualcosa di maggiormente pregnante. Anche se, come film da cinema alla domenica pomeriggio, Criminal potrà pure lasciare soddisfatti.

Daniele De Angelis

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