Nemiche per la pelle

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Visto uno, visti tutti      

C’era una volta la commedia all’italiana. Quella con storie vere di persone vere, storie che sapevano fotografare alla perfezione la nostra società, che facevano sì ridere, ma anche riflettere ed in cui lo spettatore riusciva, di volta in volta, ad immedesimarsi con qualcuno dei personaggi rappresentati. Era questa la commedia di Vittorio De Sica, come anche di Mario Monicelli, di Pietro Germi, di Totò, di Dino Risi e di molti altri illustri nomi della storia del cinema. Una commedia che, a partire dai primi anni successivi alla fine del Neorealismo, ha fatto ridere e sognare milioni di spettatori. E non solo in Italia.
Questo fortunato filone cinematografico, però, non ha avuto, nel corso degli anni, un destino altrettanto felice. Salvo rari esemplari, infatti, negli ultimi vent’anni è stata sfornata una serie di prodotti – uno identico all’altro – ricchi di luoghi comuni, di personaggi fortemente stereotipati e con pseudo gag e battute talmente prevedibili e forzate da lasciare solo un profondo senso di tristezza. Segno che l’appiattimento delle menti e la decadenza culturale che affliggono il nostro paese da ormai troppo tempo, prevedono, inevitabilmente, la presenza in sala di lungometraggi che lasciano poco spazio alla riflessione, come anche alla personale interpretazione.
Questo è il caso di Nemiche per la pelle, ultimo lavoro del regista Luca Lucini (Amore, bugie e calcetto, Solo un padre), che vede Margherita Buy e Claudia Gerini schierate in prima linea in una discutibile e prevedibile commedia con protagoniste due donne in costante lotta tra di loro, ma costrette a condividere molte più cose di quanto mai avessero potuto immaginare.
Due donne agli antipodi, “nemiche per la pelle” per essersi contese per anni lo stesso uomo, ma che, alla morte di lui, dovranno inevitabilmente assumere la custodia del piccolo Paolo, il figlio che il loro ex marito aveva avuto da una terza donna, anch’ella scomparsa, con cui aveva avuto una relazione segreta. Riuscirà il bambino a mettere finalmente pace tra le due protagoniste e a far sì che entrambe trovino un certo equilibrio? La risposta la si può già immaginare ben prima dei titoli di testa. E, in ogni caso, difficilmente lo spettatore medio morirà dalla voglia di conoscerne l’esito.
Al di là della storia in sé, quello che maggiormente disturba di questo ultimo lavoro di Lucini – oltre alla carrellata di luoghi comuni e personaggi trattati alla stregua di vere e proprie macchiette – è un ipocrita buonismo di fondo, che – man mano che ci si avvicina al tanto agognato finale – cresce con una velocità spaventosa, fino a trovare la sua massima espressione nella scena in cui ha luogo il processo per l’affidamento del bambino. Qui, infatti, l’ambiguo personaggio di Ruggero (Andrea Bosca) – dopo aver denunciato ai servizi sociali le singolari condizioni in cui il bimbo era costretto a vivere – miracolosamente “redento”, tiene un “originale” discorso, in cui afferma che il piccolo Paolo ha tutto il diritto di restare insieme alle due donne, in quanto è l’amore a far sì che una famiglia possa definirsi tale. E, a questo punto, è meglio non aggiungere ulteriori commenti a riguardo.
Poco vale, in questo caso, la capacità registica di Lucini (tecnicamente parlando, non c’è nulla che non convinca), poco vale la bravura degli interpreti (Paolo Calabresi su tutti, come anche la Gerini, la Buy – che, tuttavia, da anni si ritrova ogni volta ad impersonare lo stesso identico ruolo – ed il piccolo Jasper Cabal). Nemiche per la pelle è un prodotto senza speranza di salvezza alcuna. Un prodotto come tanti, che non racconta né crea qualcosa di nuovo. E che presto si confonderà nell’enorme mucchio di queste commedie – tutte uguali tra loro – che invadono le nostre sale da ormai tanti, troppi anni.

Marina Pavido

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