Cosa dirà la gente

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6.0 Awesome
  • voto 6

Rieducando Nisha

Con il dovuto rispetto che è d’obbligo alle drammatiche storie ispirate alla vita vissuta, la visione di Cosa dirà la gente lascia spazio, da un punto di vista cinematografico, più alle perplessità che agli elogi. Soprattutto perché, nel raccontare questa vicenda di differenze culturali impossibili da colmare tra mondi lontani, la regista Iram Haq – per l’occasione all’opera seconda dietro la macchina da presa, con un passato davanti ad essa come attrice – poco o nulla aggiunge all’importanza di un dibattito che da sempre catalizza i rispettivi integralismi tra coloro che vorrebbero, nell’ambito del fenomeno migratorio, una totale adesione agli usi e costumi del paese d’adozione e tra chi è invece intenzionato a mantenere la cultura “chiusa” del paese d’origine. Vittima innocente trovatasi al centro di tale simbolica battaglia, la sedicenne Nisha – pakistana trapiantata in Norvegia esattamente come la regista – vive l’esistenza di una qualsiasi teenager europea. Studia, va alle feste, prova l’ebbrezza di uno spinello, intreccia un piccolo flirt con un coetaneo locale. Anche se a casa, per compiacere l’affetto dell’amato genitore, finge di comportarsi da musulmana modello. Il “fattaccio” non tarda però a manifestarsi allorquando il padre la sorprende in camera con il fidanzatino. Comincia per Nisha la conoscenza del vero volto paterno, con relativa deportazione forzata a Islamabad nel tentativo di essere rieducata agli antichi valori di famiglia. Seguiranno per la ragazza altre brutali peripezie, che non raccontiamo allo scopo di non svelare troppi particolari di una trama autobiografica tra i cui limiti si possono comunque riscontrare sia una certa prevedibilità che una buona dose di manicheismo.
Presentato in anteprima al Bif&st 2018 nella sezione Panorama Internazionale e subito dopo nella sale italiane, Cosa dirà la gente mette in scena una parabola esistenziale purtroppo già assimilata in ogni contesto possibile, dalla tragica cronaca (anche recente) fino all’ambito cinematografico. Un lungometraggio che non giova in alcun modo ad un eventuale dibattito sul delicato tema dell’immigrazione, descrivendo l’universo pakistano in modo tale da ritenerlo un inferno dal quale si può solo provare ad evadere. Cose appunto già note e tremendamente reali, ma talvolta sarebbe anche bene che un’opera cinematografica possa veicolare un messaggio di tolleranza e comprensione, piuttosto che la descrizione di uno status quo in assoluto tetragono a qualsiasi possibilità di cambiamento. Se a ciò si aggiunge il fatto che in Cosa dirà la gente – il titolo scaturisce dall’ossessione pakistana all’emarginazione sociale causa ipotetica cattiva condotta di un famigliare – la regista e sceneggiatrice accumula senza un attento dosaggio una serie di sequenze assai sovente sopra le righe che stridono in maniera evidente con il realismo ricercato anche a livello formale attraverso un utilizzo esibito del digitale; ed ecco spiegati in buona parte i motivi per i quali il film non soddisfa del tutto sul piano del contenuto.
Il rispetto nei confronti di chi ha sofferto tali angherie rimane ovviamente intatto; e se guardiamo Cosa dirà la gente come inno al libero arbitrio della condizione femminile in circostanze estreme siamo e saremo sempre i primi ad esprimere totale solidarietà. Questo, tuttavia, non è sufficiente ad elevare il film ad una qualità cinematografica sin troppo prigioniera di un racconto a tesi tendenzialmente portato più a suscitare indignazione nella platea piuttosto che a provocare empatia e far riflettere su due mondi che appaiono semplicemente in uno stato di perenne rotta di collisione. In altri momenti lo si sarebbe definito un lungometraggio didascalico; oggi un film presentato fuori tempo massimo in una società globale nella quale, a dispetto delle varie derive politiche d’intolleranza, è già in atto un’irreversibile tendenza al cambiamento.

Daniele De Angelis

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