Dei

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

I dolori del giovane Martino

Sono sempre dolorosi i cambiamenti. Così come lo sono i percorsi di crescita. E raccontare l’adolescenza risulta, pertanto, quanto di più difficile e affascinante che ci sia. Lo sanno bene romanzieri e cineasti di tutto il mondo che, da ormai moltissimi anni a questa parte, si sono cimentati nell’ardua impresa. Volendo, dunque, restare in ambito prettamente cinematografico, va a diversi autori francesi – non solo dai tempi della Nouvelle Vague, ma addirittura dal Realismo Poetico – il primato di grandi cantori degli anni verdi. Eppure, di fatto, anche noi italiani sappiamo ben difenderci in materia. Se, infatti, fino a qualche decennio fa si potevano annoverare tra i grandi titoli sull’argomento alcune opere di Francesca Archibugi, da poco più di dieci anni a questa parte ha avuto modo di farsi notare – nel bene o nel male – all’interno del panorama cinematografico nostrano, un nome come quello di Federico Moccia, il quale ha fatto degli adolescenti il tema centrale di ogni suo lavoro, cinematografico o letterario che sia. Se, però, si vuol pensare a un cinema autoriale in senso proprio, ecco che, nel giro di pochissimo tempo, sono state prodotte due importanti opere che, mediante storie complesse e delicate allo stesso tempo, ci raccontano i turbamenti interiori adolescenziali insieme alla scoperta di sé stessi e della propria sessualità. La prima delle due è Chiamami col tuo nome, di Luca Guadagnino, lungometraggio acclamato da buona parte del pubblico e della critica, ma anche fortemente discusso, come spesso accade, d’altronde. La seconda è il primo film a soggetto di un giovane videoartista e documentarista, Cosimo Terlizzi, il quale, appunto, con Dei – presentato in anteprima come evento speciale al Bif&st 2018 – ha voluto mettere in scena alcuni momenti essenziali della vita di un giovane ragazzo di provincia.
È questa la storia di Martino, diciassettenne appassionato di filosofia che sogna di potersi iscrivere un giorno alla vicina università di Bari e che, pertanto, vi si reca quasi quotidianamente con la sua migliore amica Valentina, pur essendo consapevole del fatto che i suoi non potrebbero permetterselo economicamente. Sarà l’incontro con l’affascinante e spregiudicata Laura e con i suoi amici a far capire al ragazzo ciò che davvero vuole dalla vita, al punto da spingerlo a rinunciare a qualcosa che ha da sempre fatto parte della sua vita.
Una storia delicata, complessa, a tratti dolorosa, questa che Terlizzi ha voluto mettere in scena. La storia sì di Martino, ma anche la storia di molti, moltissimi giovani alle prese con il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Sullo sfondo: il rapporto tra l’uomo e la terra, quale antico valore che si sta via via facendo più raro, al punto di rischiare di perdersi per sempre.Il passato del regista nel mondo del documentario e della videoarte è praticamente evidente se si è, appunto, a conoscenza del suo curriculum. Eppure all’interno di un lavoro come Dei tutto scorre in maniera fluida, vi è una perfetta armonia tra tutte le componenti. Armonia che, volutamente, stride con il grande caos interiore del protagonista stesso. E questo non è l’unico contrasto presente all’interno del lungometraggio. Un’accurata scelta del cast, infatti, ha fatto sì che venisse scelto un ragazzo apparentemente grezzo, con lineamenti non sempre delicati, quasi come se ancora dovesse essere “battezzato” alla vita, il quale, appunto, si contrappone per questa sua singolare fisicità ai lineamenti perfetti, eterei, quasi come se fossero stati ritoccati da qualche artista, dei ragazzi da lui incontrati. E saranno appunto questi “dei” a traghettarlo nel mondo dell’età adulta e ad aprirgli gli occhi su sé stesso e sui propri desideri.
Un film, questo, dove, spesso e volentieri sono i silenzi a parlare molto più chiaramente dei dialoghi stessi. Un film dove la spensieratezza e la libertà tipiche della gioventù non fanno che contrapporsi al dolore della crescita. Un film in cui il non detto è molto più del detto e dove lo spettatore viene lasciato libero di trarre le proprie conclusioni e di dare al tutto una propria, soggettiva interpretazione. Quale migliore forma di rispetto – da parte di un autore – nei confronti degli spettatori? Ci si augura solo che questi ultimi sapranno apprezzare fino in fondo ciò che gli è appena stato regalato.

Marina Pavido

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