Codice 999

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Nel profondo sud corrotto

La definizione di poliziesco virato al nero – ovviamente irrobustito da massicce dosi di action – calza a pennello per questa nuova fatica statunitense, dal titolo Codice 999, di John Hillcoat, regista australiano di peso ormai da qualche tempo trapiantato nel cinema che conta con tutti i vantaggi e gli svantaggi della situazione. Premettiamo subito che l’autore di The Road qui sfodera il massimo delle proprie capacità virtuosistiche: rapine riprese nel vivo dell’azione, con lo spettatore condotto per mano al loro interno; inseguimenti stradali talmente frenetici e survoltati da avvicinare visivamente la qualità somma del maestro William Friedkin nel cult epocale Vivere e morire a Los Angeles (1985). Sull’aspetto formale di Codice 999, insomma, ci sarebbe solo da sperticare elogi, anche perché Hillcoat, nel narrare questa storia di dilagante corruzione nell’ambito della polizia di Atlanta, profondo sud degli Stati Uniti, recupera la verve dei giorni migliori, invero un po’ appannata nell’eccessivamente patinato Lawless (2012), suo precedente lungometraggio di finzione. Si avverte, nell’occasione, il desiderio da parte del regista di “sporcarsi le mani” in maniera duplice, cioè sia allo scopo di rivitalizzare e attualizzare un sottogenere – quello dell’action noir metropolitano – di suo abbastanza inflazionato, ma anche con la descrizione quasi documentaristica di una realtà sociale talmente desolata e squallida in cui il crimine non può far altro che mettere radici e proliferare pure in ambienti dove in teoria dovrebbe essere combattuto. Un Hillcoat insomma che ricorda, almeno in buona parte, gli esordi australiani del durissimo Ghost…of the Civil Dead (1988), opera realizzata ad appena ventisette anni in cui si gettava a corpo morto in un ardito lavoro di contaminazione tra reale e finzione, raccontando la storia dei membri di una feroce gang imprigionati in un carcere di massima sicurezza.
C’è da dire che in Codice 999 – il titolo prende le mosse dalla chiamata interna della polizia a segnalare un agente caduto in azione – una grossa mano gli viene fornita da un cast ai massimi livelli interpretativi. Tra un Casey Affleck ancora una volta personaggio positivo dai tormenti interiori e un Woody Harrelson – ad Affleck legato da vincolo parentale nella finzione – nei panni di un poliziotto scaltro e sparagnino come piace a lui ma con problemi di dipendenze varie, a brillare è anche una Kate Winslet in versione Lady Macbeth della mafia russo-ebraica, capace di recitare – almeno nella versione originale – con un notevolissimo accento dell’est ed una presenza scenica assolutamente sensazionale. Aggiungiamoci poi interpreti di valore come Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo), Anthony Mackie e il Norman Reedus di The Walking Dead e il quadro del cast diviene un puzzle assolutamente completo. Se qualcosa nell’impalcatura del film scricchiola, lo si deve principalmente allo script dell’esordiente Matt Cook (Nick Cave, spesso collaboratore di Hillcoat in sede di scrittura, dove sei?), troppo sbrigativo nella descrizione dei caratteri in un’opera composta da moltissimi personaggi con differenti sfumature esistenziali, nonché, soprattutto, reo di aver confezionato un finale ad effetto – ovviamente da non svelare – che smorza bruscamente la tensione, anche morale, sin lì abbastanza ben costruita.
Codice 999 risulta così, al tirar delle somme, un film “double face”, un po’ come quelle mostrate della polizia di Atlanta ivi descritta: ambizioso intrattenimento di gran lusso ma a cui viene a mancare quel guizzo – il senso di vertigine filosofica nei confronti di vite che hanno imboccato la strada sbagliata anche a causa di un Destino avverso – che lo avrebbe proiettato nell’Olimpo dei classici del genere. Ma se si intende il cinema come forma di sublime partecipazione spettacolare, arricchita peraltro da riflessioni affatto banali, il film di Hillcoat vale appieno il prezzo del biglietto. Decisamente non poco, in questi tempi di omologazione, cinematografica e non solo, senza freni.

Daniele De Angelis

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