Incontro con William Friedkin

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Il grande regista statunitense al Lucca Film Festival 2016

William Friedkin si è dimostrato estremamente disponibile e cordiale durante tutta la conferenza stampa che ha aperto quest’edizione del Lucca Film Festival e Europa Cinema, durante il quale il regista originario di Chicago sarà omaggiato con un esaustivo ciclo di proiezioni e con una premiazione che avrà luogo lunedì 4 Aprile presso il Cinema Moderno. Preferendo ai formali posti a sedere un accomodamento che invitasse alla partecipazione generale, l’ospite si è sistemato direttamente sull’ampio tavolo della Sala dei Servi, dando inizio a qualcosa che assomiglierà sempre meno ad una conferenza stampa e sempre più ad un’apologia del cinema e dei suoi rappresentanti, il tutto filtrato con una spontanea verve umoristica ed un’estrema lucidità analitica.
La conferenza inizia ricordando il nostro Federico Fellini, dato che, presso il Cinema Centrale di Viareggio, il 5 Aprile Friedkin presenterà Amarcord, film che, afferma, collocherebbe senza esitazione tra i suoi preferiti di sempre assieme ad Otto e mezzo: “Per me Fellini è il regista che ha dimostrato di avere più classe, e sono davvero onorato di introdurre un suo film. Mi sento un po’ come uno studente di Belle Arti che debba introdurre lavori di Michelangelo”.
Alla domanda riguardante la sua personale impressione sul cinema americano contemporaneo, Friedkin risponde che non è particolarmente aggiornato sulla sua attuale condizione: “Guardo pochissimi film… però mi piacciono molto i fratelli Coen. E fra i vostri registi apprezzo soprattutto Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. Un tempo sarei stato in grado di nominarvi registi americani, francesi, adesso non più. Ritengo che il cinema europeo non si stia dimostrando in grado di rimpiazzare registi come Fellini, Antonioni, Rosi, Scola, Bertolucci, Renoir, Godard… Io ho imparato il cinema guardando i film di questi maestri europei. E considero Buster Keaton il miglior regista americano di sempre: ogni volta che guardo un suo film mi viene l’impulso di mollare tutto. Prendete le scene di inseguimento ad esempio. Sono di gran lunga superiori a quelle che potete trovare ne Il braccio violento della legge e in Vivere e morire a Los Angeles!  
In generale, ritengo che questo sia un periodo pericoloso per il cinema mondiale. Non ho mai visto cambiamenti di una portata così epocale. Adesso si guardano film su iPhone, iPad, PC… vi immaginate Lawrence d’Arabia su un iPhone? Se fossi un giovane di oggi, non credo mi sarei davvero interessato a fare cinema. Piuttosto avrei voluto imparare qualcosa sulla computer graphics, considerando se ne servono la maggior parte delle produzioni americane odierne. No, il mondo di oggi non è amico del cinema. Anche se era piuttosto ovvio che anche il cinema avrebbe subito la stessa rivoluzione esperita dalla altre forme d’arte: oggi abbiamo forse qualcuno in grado di dipingere come Raffaello e Renoir, di comporre come Bach e Beethoven? Nessuno potrebbe paragonare le sue opere a quelle di simili maestri.         
Forse sono nato nell’epoca sbagliata. Come disse l’artista Mae West, la quale finì in prigione per aver scritto e interpretato un pezzo teatrale intitolato “Sex”, it’s all about timing”: se avesse fatto una cosa del genere 10 anni prima, si sarebbe ritrovata con una lettera scarlatta sulla fronte. Se l’avesse fatta 10 anni dopo, non avrebbe avuto alcun impatto. Trovo sia una cosa verissima: l’arte va collocata in un certo contesto temporale: Fellini, Rosi, Antonioni… che riscontro avrebbero oggi, tra un pubblico che sembra interessato per lo più dai supereroi?
La risposta alla domanda se la tecnologia abbia preso o no il sopravvento sui contenuti, è lapidaria. “Si. Profondamente sì. Prenda ad esempio Dario Argento, a mio modo di vedere uno dei più grandi registi horror. Terrorizzava il suo pubblico, oggi non penso ci riuscirebbe, oggi il cinema è puntellato da figure di alieni, lupi mannari, mentre la tecnologia prevale, schiavizza la storia e i personaggi. Quando ero più giovane, gli amanti del cinema (dai registi ai giornalisti, nessuno escluso) andavano nei cinema a guardare i vecchi film, come Quarto Potere, La dolce vita, I soliti ignoti, perché li ritenevano sacri, come vere e proprie opere d’arte viventi, e vivevano grazia ai molteplici cinema americani che continuavano a proiettarli. Oggi è raro vedere questi film nei cinema, al massimo in formato DVD o Blu Ray, e quindi sul piccolo schermo.  
Il fatto è che l’America è un paese nuovo, che non ha il culto della preservazione e del vecchio: una città come Lucca non potrebbe esistere da noi, ossessionati dal “poi”, dal “dopo”… l’Europa progredisce, ma al contempo preserva la sua storia. Una strada di Lucca trapiantata in America verrebbe forse inclusa in un museo, ma non sarebbe mai veramente vissuta. Prendiamo la storia politica dell’America, ad esempio: in quest’ultimo periodo viene continuamente riscritta, anche adesso mentre stiamo parlando. Cosa si legge oggi sui libri di storia? Vengono reinterpretate le figure chiave del nostro paese: si legge che Lincoln era un farabutto, che Washington era un mascalzone. Non amerei l’America se fossi un giovane che si approccia a questa nuova storiografia. Ecco perché noi in America non rispettiamo più il lavoro creato da chi ci ha preceduto”.
Già che la conversazione è sfociata su questo argomento, non può mancare una domanda sul candidato più chiacchierato in vista delle prossime elezioni: Donald Trump. “E’ un imbonitore, si sa vendere. Piace perché rappresenta un certo show-business, sa promuovere se stesso, e sì, penso che potrebbe essere il nuovo presidente (mima il gesto di spararsi alla tempia, n. d. R.). E’ simile a Berlusconi? Forse, ma in America non sappiamo molto di Berlusconi, eccetto ciò che si legge sui giornali, e cioè che sarebbe una sorta di clown che gioca con le bambine. Ma conosco molti italiani, per i quali ho un certo rispetto, che apprezzano Berlusconi. In ogni caso, ammetto di non capire fino in fondo il fenomeno Donald Trump, e di non aspettare certo con gioia queste prossime elezioni. E’ un po’ come il racconto di E. A. Poe “Il Pozzo e il Pendolo”: preferisci affogare in un pozzo o essere squarciato da un pendolo?”.
Tornando all’argomento di partenza, vien fatto notare al regista che film come L’esorcista e Bug continuano però a spaventare le nuove generazioni: perché? “Vorrei fosse prima di tutto chiaro che L’esorcista non voleva essere in alcun modo un horror. E’ un film basato su una storia vera, avvenuta nel 1949 a Silver Spring, talmente importante che finì in prima pagina sul Washington Post: se la cercate su Google, potete ancora trovarla, ed è terrificante. Capisco che le persone lo vivano come un horror, ma non era mio intento lo fosse, neanche Bug: è sulla paranoia, e sull’idea che quando due persone si amano, la paranoia di una può facilmente trasferirsi sull’altra. Tutti siamo paranoici, per quanto in misure differenti.  Questi film sono per me dei documentari, piuttosto che degli horror. D’altronde i segreti su come iniettare paura negli spettatori sono noti e molti ovvi: basta inquadrare una donna che cammina per una strada buia, nella quale ha avuto luogo un omicidio la sera prima. La donna ascolta i suoi passi, poi improvvisamente ne avverte altri, estranei. Il pubblico ama questi momenti di paura, perché si trova in una situazione che io definisco “safe darkness”: gli spettatori sono al buio come la donna nell’inquadratura ma sono al sicuro, quello che vedono non sta accadendo a loro. Ne L’esorcista ho scelto di non ricorrere a simili espedienti: il male è alla luce del giorno, in una camera da letto irrorata di luce. D’altronde non penso che il discrimine tra bene e a male sia così ben definito: siamo tutti sia buoni che cattivi, in noi è in corso una lotta continua, e non sempre il bene prevale. Ho idee complesse sul concetto di “Male”: le persone che leggono il Nuovo Testamento pensano Giuda fosse cattivo e posseduto dal demonio, mentre a mio modo di vedere era solo uno strumento della profezia, profezia che voleva il figlio di Dio si facesse uomo, fosse crocifisso e morisse per i nostri peccati. Se Giuda non lo avesse tradito, tutto questo non si sarebbe potuto avverare.”
Al regista vengono poi chiesti dei chiarimenti a proposito della versione più recente de L’esorcista, la cosiddetta director’s cut, 12 minuti più lunga della versione classica. “Chiariamo le cose: fui io a togliere quei 12 minuti, perché pensavo fossero superflui e avessero l’unico effetto di stancare lo spettatore. Quando la Warner mi chiese di reinserire quei 12 minuti e fare un altro lancio del film, accettai. In quella manciata di minuti c’è per lo più qualcuno che spiega cosa fosse successo, e io pensai che agli spettatori non importasse davvero la ragione, il perché certi fatti accadessero, così come non se lo chiedono gli stessi protagonisti, è superfluo. Per me la differenza è minima. Non si tratta di una director’s cut, è una bugia. Ecco, vedete, gli scrittori sono soliti scrivere che oggi le persone, le nazioni, non comunicano più: io invece sostengo esattamente l’opposto, nel senso che avverto una sorta di ipercomunicazione, un comunicare fin troppo efficiente. E’ come se avessimo tutti un linguaggio segreto del quale tutti siamo a conoscenza: l’altra persona non intende dirmi quello che solo apparentemente mi sta dicendo, e io so benissimo che è così. Viviamo in una giungla di bugie della quale siamo pienamente consapevoli, e che ci è indispensabile per sopravvivere”.
Dato che proliferano anche quelle bugie che riguardano i futuri progetti dei registi, viene chiesto a Friedkin di fare chiarezza a riguardo. “Non ho idea. Ogni cosa che ho fatto è caduta giù dal cielo, non sono solito fare progetti. In questi ultimi 3 anni ho scritto la mia autobiografia, e anche una simile decisione non è stata in alcun modo programmata. Per anni ho rifiutato di scrivere un libro, per il semplice fatto che a me per primo non sarebbe interessato leggerlo. Poi improvvisamente mi sono tornati alla memoria certi periodi, in ordine sparso, e ho iniziato a buttarli giù. Per ora viaggio e vado in barca a vela, ma è molto bello che le persone si ricordino dei miei vecchi film, e sono davvero felice quando vengo invitato ad eventi di questo genere. Sono arrivato alla conclusione che tutta la mia vita è un tentativo di imparare a fare cinema, e ora quel cinema che amavo è finito. E’ proprio come diceva Mae West… sta tutto nella tempistica. Oggi tutti accettano i miei film, prima volevano crocifiggermi”.
Prima della conclusione della conferenza, viene chiesto al regista di raccontare l’aneddoto sul suo incontro con Alfred Hitchcock. “Da giovane, venni invitato a dirigere un episodio della sua serie The Alfred Hitchcock Hour. Oramai andava avanti da 10 anni, ed Hitchcock era poco coinvolto, veniva una volta a settimana per registrare il pezzo introduttivo che poi sarebbe finito sul gobbo. In uno di quei giorni i suoi assistenti me lo presentarono: ero vestito più o meno come oggi (molto casual, n. d. R.), probabilmente con gli stessi vestiti. Io, mentre lo rendevo partecipe del mio immenso piacere e onore nel fare la sua conoscenza, gli ho teso la mano affinché me la stringesse, mentre lui mi ha teso la sua nella tipica posa da baciamano. Le uniche parole che mi rivolse furono: “Signor Friedkin, di solito i nostri registi mettono la cravatta”, e si dileguò.  
Quattro anni dopo ricevetti il premio per Il braccio violento della legge, un premio davvero gigantesco, suppongo molto più grande di quello che riceverò domani…anche il posto era molto grande, con una sala disseminata di tavoli. D’un tratto noto che proprio al tavolo di fronte al palco era seduto Hitchcock, con i suoi familiari e i suoi assistenti. Invece di prendere l’uscita laterale per incontrare la stampa come previsto, scendo in platea. Indossavo uno smoking noleggiato e un farfallino di quelli che si attaccano e si staccano. Mi piazzo davanti ad Hithcock, e con il farfallino in mano gli rivolgo queste parole “Come Le sembra la cravatta oggi, signor Hithcock?”, brandendo il premio e tenendolo in bella vista.  
A parte gli scherzi, vorrei stemperare i toni provocatori di quest’ultimo discorso con questa raccomandazione: se davvero volete imparare a fare film, una scuola di cinema non serve. E’ sufficiente guardare con attenzione i film di Alfred Hitchcock”.
E William Friedkin merita sicuramente di essere preso in parola.

Ginevra Ghini

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