Brotherhood of Blades

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Giochi di potere

Wuxia old style e thriller s’incontrano per poi mescolarsi senza soluzione di continuità nel nuovo film di Lu Yang dal titolo Brotherhood of Blades, sbarcato in anteprima italiana al 17° Far East Film Festival. Per la sua terza fatica dietro la macchina da presa, il regista di Pechino cambia totalmente registro rispetto ai precedenti My Spectacular Theatre (documentario incentrato su un cinema per non vedenti) e A Motor Home Adventure (road movie), scegliendo di puntare su uno dei filoni più longevi e percorsi nella tradizione della cinematografia cinese. Il ché comporta allo stesso tempo delle facilitazioni e dei rischi con i quali bisogna giocoforza fare i conti. Se da una parte, infatti, la presenza di una filmografia dal passato glorioso e ricco di opere firmate da registi di fama internazionale del calibro di King Hu, Chang Cheh o Cheng Kang, può garantire alle nuove leve delle solide basi, dall’altra chi decide oggi di confrontarsi con il wuxia ha una responsabilità ancora più grande sulle spalle, ossia quella di dare continuità al lavoro degli illustri predecessori. Si tratta, dunque, di un’eredità che può far tremare i polsi a chiunque, un’arma a doppio taglio con la quale ci si può far male con molta facilità, per cui serve una preparazione tecnica e una conoscenza approfondita della materia e dei suoi caratteri fondanti. In tal senso, Lu sembra averle entrambe e il risultato ne è la cartina tornasole.
Il regista cinese si muove lungo la strada intrapresa da molti connazionali e non solo, la stessa che da un trentennio circa ha dato una nuova spinta propulsiva al genere, a cominciare da Tsui Hark e Ang Lee che con i rispettivi The Blade e La tigre e il dragone. Come loro, Lu strizza l’occhio ai classici del passato (da Come Drink With Me a The Blood Brothers e I dodici medaglioni), piantandoci dentro le radici dello script firmato a quattro mani con il sodale Chen Shu. Per farlo, costruisce l’architettura drammaturgica e i personaggi che la animano seguendo alla lettera i dettami impressi a carattere cubitale nel dna wuxia, ma con una sola eccezione che riguarda la componente coreografica. Lu e il suo staff portano sul grande schermo delle evoluzioni marziali che non abusano del wire work, puntando su combattimenti meno fantasiosi e più realistici che prevedono azioni e gesti che non sfidano continuamente le leggi di gravità. A differenza di quelle offerte ad esempio dai già citati Lee e Hark, oppure da Zhang Yimou nella sua trilogia (in particolare in Hero), quelle presenti in Brotherhood of Blades sono azioni che non guardano tanto alla poesia, al lirismo e all’esaltazione del gesto marziale, quanto alla spettacolarità e alla velocità di esecuzione del gesto stesso. Questo non esclude, però, il ricorso a decelerazioni e dilatazione dei tempi attraverso il rallenti. Il risultato è una successione di scene d’azione dal forte impatto visivo capaci di rubare l’occhio allo spettatore (dal tre contro tutti sotto una pioggia battente nel  cortile della residenza del Padrino Wei al feroce combattimento durante l’arresto di Peiwai Yan, sino al doppio epilogo che ha inizio su più fronti per concludersi con la resa dei conti nel bosco), distraendolo dalle amnesie presenti nella timeline. Quest’ultime non sono tante, ma ci sono, in primis una serie di futili digressioni che trovano spazio nel racconto, limitandone la scorrevolezza.
Le vere protagoniste del film non potevano che essere le spade e le loro lame. Il loro incrociarsi tra pioggia, neve, carni lacerate e sangue, scandisce i tempi del racconto e delinea i capitoli di una storia sulla corruzione e le dinamiche distorte del Potere, dove la Corte Imperiale diventa il riflesso dello stato di ambiguità morale nella quale ristagna la società cinese contemporanea. Il Palazzo e ciò che lo circonda si tramuta in una sorta di cloaca dove a dettare le regole del gioco è il Dio Denaro. Il risultato è una fitta ragnatela di intrighi, inganni, sospetti, segreti, complotti e doppi giochi, nella quale nessuno è totalmente innocente, perché tutti hanno degli scheletri nascosti nell’armadio. Tra le maglie letali di questa ragnatela vengono intrappolati tre fratelli di spada appartenenti alla polizia segreta della Guardia imperiale che si scopriranno pedine di una partita a scacchi con la morte. Per questo, Brotherhood of Blades ci dimostra ancora una volta che guardare al passato ci serve a capire il presente, che le cattive abitudini sono dure a morire e che nessuno è mai completamente innocente.

Francesco Del Grosso

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